G. Orwell “La fattoria degli animali”

G. Orwell “La fattoria degli animali”

Mondadori 2016, pagine 141

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in cartaceo 10,20 euro

La fattoria degli animali” di George Orwell,  titolo originale “Animal farm”, compare, insieme a “1984” dello stesso autore, tra i primi cento nella classifica dei più venduti nel 2017; il successo continua.

Fu editato nel 1945 (in italiano nel 1947) bloccato dagli editori timorosi di una pubblicazione “scomoda” vista la satira di cui era oggetto il sistema totalitario nell’Unione Sovietica e soprattutto staliniano. Nel saggio “La libertà di stampa” che Orwell avrebbe voluto come prefazione al romanzo si legge: “Questo libro fu pensato la prima volta, man mano che l’idea centrale prendeva corpo, nel 1937, ma non fu scritto che intorno alla fine del 1943. Era ovvio, all’epoca in cui finì per essere scritto, che ci sarebbero state grandi difficoltà a farlo pubblicare (nonostante l’attuale mancanza di libri, che assicura che qualunque cosa si possa  definire “un libro” si “vende”), e infatti venne respinto da quattro editori” […] E continuava: “Ciò che preoccupa è il fatto che dove c’entra l’URSS e la sua politica non ci si può aspettare una critica intelligente, e neppure, in molti casi, una schietta onestà da parte di scrittori liberali  e di giornalisti non costretti da nessuna pressione diretta a falsare le loro opinioni. Stalin è sacrosanto e certi aspetti della sua politica non devono essere messi seriamente in discussione. Questa norma viene quasi universalmente osservata dal 1941, ma essa vigeva già, in misura più grande di quanto talvolta si sia compreso, da dieci anni. […] Ma torniamo ora al mio libro. La reazione della maggior parte degli intellettuali inglesi di fronte ad esso sarà semplicissima: “Non doveva essere pubblicato”. Naturalmente, quei recensori che  capiscono l’arte di denigrare non lo attaccheranno dal punto di vista politico, ma da quello letterario. Diranno che si tratta di un libro noioso, stupido e di uno scandaloso spreco di carta.  Può darsi che sia vero, ma ciò non vale ovviamente per l’intero racconto. Non si dice che un libro “non doveva essere pubblicato” solo perché è un cattivo libro”.

Il successo di pubblico fu invece enorme, anche se strumentalizzato  e in un senso e nell’altro, evidenziandone il pessimismo che guardava al futuro universale e negativo di un mondo senza libertà, come poi nel romanzo “1984”. La sua prefazione si concludeva con una frase ormai celebre:

Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire. La gente comune  approva ancora vagamente questa idea e in base ad essa agisce. Nel nostro paese – non è lo stesso in tutti i paesi: non fu così nella Francia repubblicana e non è così negli Stati Uniti oggi – sono  i liberali che temono la libertà e gli intellettuali che vogliono infamare il pensiero. Ho scritto la presente prefazione per richiamare l’attenzione su questo fatto”*.

Come inizia:

“Il signor Jones, della Fattoria Padronale, serrò a chiave il pollaio per la notte, ma, ubriaco com’era, scordò di chiudere le finestrelle. Nel cerchio di luce della sua lanterna che danzava da una parte all’altra attraversò barcollando il cortile, diede un calcio alla porta retrostante la casa, da un bariletto nel retrocucina spillò un ultimo bicchiere di birra, poi si avviò su, verso il letto, dove la signora Jones già stava russando. Non appena la luce nella stanza da letto si spense, tutta la fattoria fu un brusio, un’agitazione, uno sbatter d’ali. Durante il giorno era corsa voce che il Vecchio Maggiore, il verro Biancocostato premiato a tutte le esposizioni, aveva fatto la notte precedente un sogno strano che desiderava riferire agli altri animali. Era stato convenuto che si sarebbero tutti riuniti nel grande granaio, non appena il signor Jones se ne fosse andato sicuramente a dormire. Il Vecchio Maggiore (così era chiamato, benché fosse stato esposto con il nome di Orgoglio di Willingdon) godeva di così alta considerazione nella fattoria che ognuno era pronto a perdere un’ora di sonno per sentire quello che egli aveva da dire. Ad un’estremità dell’ampio granaio, su una specie di piattaforma rialzata, il Vecchio Maggiore già stava affondando sul suo letto di paglia, sotto una lanterna appesa a una trave. Aveva dodici anni e cominciava a divenire corpulento, ma era pur sempre un maiale dall’aspetto maestoso, spirante saggezza e benevolenza, benché mai fosse stato castrato. In breve cominciarono a giungere gli altri animali e ognuno si accomodava a seconda della propria natura”.

Vai alla presentazione di “1984” dello stesso autore.

*Traduzione di Elena Albertini pubblicata su radioradicale.it

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