Daniela Alibrandi “Il bimbo di Rachele” stralci

Dal Cap 1

Si era svegliata, era domenica e aveva da poco compiuto quarant’anni. Cosa non avesse funzionato nella sua vita, Rachele ancora non riusciva a spiegarselo. Era la prima domanda che si poneva la mattina, non appena apriva gli occhi, e la sera, mentre sentiva il suo animo scivolare nel buio. Non dipendeva dal suo aspetto fisico, o dal suo carattere, ma il dato di fatto era che ora lei era una donna che aveva sprecato i suoi anni migliori. Sapeva ridere delle disavventure, riusciva a valorizzare al meglio i tratti del suo volto, riteneva anche di possedere un’intelligenza media, un giusto senso critico e un pragmatismo grazie al quale aveva organizzato in modo soddisfacente la sua vita. Eppure non ce l’aveva fatta, non era riuscita ancora a creare dei legami solidi.

E si era fermata solo ora a riflettere sui suoi quarant’anni, non come i milioni di occhi che trovano il coraggio di guardare indietro al prima, prima che sia troppo tardi. Quarant’anni fatti di nulla.

Le prime luci dell’alba che filtravano ora dalle tapparelle chiuse della porta finestra sembravano una promessa di futuro. Decise di alzarsi, anche contro la sua stessa volontà. Si sedette facendo uno sforzo immane, la testa le girò forte, ma lei si impose di non ricadere su quel letto nel quale dormiva sola, da sempre.

Nella penombra della stanza Rachele si specchiò. Le sue gambe lunghe e magre, il suo seno prosperoso e la folta capigliatura avrebbero fatto pensare a chiunque che quella donna fosse uno schianto. Avvicinandosi alla finestra sentì all’improvviso che l’aria portava, oltre al forte odore del mare, il cinguettio di innumerevoli uccelli che si stavano svegliando insieme a lei. Qualcosa cominciò a far palpitare forte il suo cuore, come se quel giorno fosse il primo di una nuova vita. Con la manovella posizionò le tapparelle in modo da vedere il panorama che si apriva davanti ai suoi occhi, e non riuscì più ad avere sensazioni tangibili.

Era uno spettacolo che mozzava il fiato. La sua casa era l’ultima di una serie di abitazioni che si affacciavano sulla scogliera, nella curva che segnava il confine tra Santa Marinella e Santa Severa, subito dopo l’hotel Stella Marina. Il sole stava nascendo alle spalle della baia e illuminava il mare accendendo il suo colore blu intenso. I voli dei gabbiani, veloci e concentrici, sembravano perpetrare una danza tribale e le loro grida erano un tacito e ancestrale dialogo tra loro e il nuovo giorno. Sopra alcuni scogli lambiti pigramente dalle onde, riposavano a turno i bianchi volatili. Lei non riuscì a reprimere l’impulso di aprire la finestra e respirare a pieni polmoni ciò che il creato le stava offrendo. Il vento debole ma pungente la baciò, con l’amore di cui forse nessun uomo sarebbe stato capace, le scompigliò i capelli e le asciugò le lacrime. Furono i ripetuti colpi di tosse a ricordarle che forse avrebbe fatto bene a finirla con le sigarette. Erano anni che fumava e non trovava mai il momento giusto per smettere. E ora, che non riusciva a respirare a pieno quell’aria incontaminata, si vergognava di sé stessa. Sentì freddo e rientrò nella camera da letto, indossò la vestaglia e andò in cucina.

Dal Cap 4

Prese la bici e adesso, mentre imboccava la Via Aurelia, che all’altezza della sua casa faceva una curva quasi a gomito, si sentiva veramente padrona della propria vita. Imprimendo alla pedalata il vigore necessario, Rachele salì verso il punto più alto della collina, per poi godere della discesa che portava fino al lungomare. Da lì, impegnandosi ancora in un ripido pendio e oltrepassando Via della Libertà e gli uffici comunali, avrebbe raggiunto il piccolo porticciolo. Fu proprio lungo la passeggiata che la sua attenzione venne catturata quasi all’improvviso da una donna apparentemente di mezza età, con i capelli tagliati quasi a zero, e vestita solo con dei pantaloncini e una canottiera, nonostante in quel periodo il clima richiedesse qualche indumento in più. La sua corporatura era normale, non molto alta, neanche troppo grossa, ma la sua pelle macchiata era piena di piaghe. Camminava in modo ritmico e concitato, grattandosi con violenza la pelle delle braccia. Rachele si fermò per vedere se avesse bisogno d’aiuto, ma lei le si avventò contro, come in atto di rabbia, gridandole:

– Che hai da guardare, brutta puttana! – Si avvicinò e sputò una buona quantità di saliva che bagnò la tuta di Rachele. I pochi passanti presenti non si erano meravigliati affatto della scena anzi, continuarono a camminare lungo la passeggiata di marmo bianco, come se niente fosse. Rachele si allontanò velocemente.

Dal Cap. 5

Chiudendo gli occhi, con la musica che l’attorniava e il caldo del fuoco che le entrava nel corpo, capì che il Paradiso era in terra e che tutto ciò che veniva insegnato circa l’aldilà erano cazzate. Ogni essere umano vive il suo eden e il suo inferno durante il proprio viaggio terreno. Tutto sta ad accorgersi quando esso riesce a trovarci, inebriandoci per poi lasciarci, perché il Paradiso non è uno stato infinito pensò mentre cercava di fare dei lunghi respiri, con gli occhi chiusi Bisogna immergersi nella purezza delle sensazioni che riesce a darci e assaporare ogni singolo attimo, prima che tutto finisca. Il camino, il fuoco, il freddo di fuori, quella casa di legno, il mare che si infrangeva sugli scogli sottostanti, quell’estasiante insieme era adesso il suo Eden.

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