Da La Repubblica: Maurizio Maggiani “L’amore” presentazione di Concita De Gregorio

“Serve coraggio per scrivere la parola Amore”

di Concita De Gregorio

Ma com’è bella la voce di Maurizio Maggiani, come canta questa sua ballata di parole che parla di rape sedani e giustizia proletaria, di biciclette e mangianastri, di anarchici di comunisti di briciole di paste dolci e di amore: in definitiva soprattutto di amore e dei settant’anni di vita che senza nominarlo mai -I’amore- ci sono passati in mezzo. Una volta, mi scuso. Una volta sì fu detta la sovrana parola verso la quale i maschi hanno (da regola del taciturno assenso», e fu quando con la Patri ci si trovò «nel gorgo dell’indicibile, e al cospetto dell’indicibile cosa mi vien da dire? Amore. Ma lei, che era sopra di me, mi ha guardato e mi ha detto no, il mio amore è Giovanni». Ecco. In questo poema in prosa che quando l’hai finito vorresti che ricominciasse e pensi ma non c’erano, i punti e le virgole? E invece c’erano, tutti per giunta al loro posto. In questa canzone in forma di romanzo nell’arco di un giorno rivive una vita intera. Inizia così. «È notte, ci sono due sposi». I protagonisti difatti sono loro: lo sposo, la sposa. Nominati di continuo, come una rima interna che culla, sempre e solo con l’attributo che li definisce- lo sposo, la sposa – mai col loro nome, La sposa esce per andare al suo lavoro, lo sposo resta a – casa ascolta le notizie, si occupa dell’orto, cucina per la sposa che stasera tornerà. La sposa gli manda un messaggio per chiedere se ha bisogno di qualcosa, lo sposo pensa che non ha bisogno di niente ma che è un errore non aver bisogno di niente, farebbe dispiacere alla sposa e allora chiede un sedano, sì, portami un sedano. È un’unione tardiva, la loro. Forse casta, persino, senza malizia e senza smancerie, un incontro arrivato come un dono quando tutto quello che poteva succedere era successo già, e dunque questo è il tempo puro dell’accudimento, della cura. La cura, il piacere di prendersi cura. L’indulgenza verso le abitudini i ritmi i riti le piccole ossessioni che ciascuno ha portato nel suo cammino sin qui. Non c’è quel desiderio, così tipico dell’amore da giovani, di cambiare l’altro: migliorarlo, trasformarlo, renderlo alla fine più forte ci si dice ma invece opportuno, cioè più simile a come si desidera che sia e dunque a se stessi. No, non qui. Qui lo sposo accontenta volentieri la sposa che si indovina un poco più giovane e che per addormentarsi ha bisogno, desiderio Insomma, che lui le racconti “qualche fatterello” della sua vita passata, dei suoi amori a lei ignoti. Le altre donne. Compaiono, una ad una, insieme alle stagioni che le hanno portate da lui. La Mari, la Padoan, la Chiaretta, la Ida bislunga. Dove ho imparato a dire ti amo? Si chiede lo sposo che intanto si avvia verso la prima colazione. Gli piace più di ogni altra cosa al mondo la sua colazione rituale,la radio accesa il caffè preparato in quel modo, gli piace alzarsi prima degli altri «per essere un’ora avanti alle cose che succederanno». Dove ho imparato?, e non ricorda ancora mentre lavora con le mani, in giardino e nell’orto, combatte con un grillo talpa. Prima di essere lo sposo era un ragazzo, e poi un figlio del popolo. Allora lo chiamavano il Fabbro (per via di una certa foto che lo ritraeva intento a violare una porta chiusa, erano quelli gli anni delle rivoluzioni), «e andava in bicicletta per imparare il lavoro della fatica e grazie all’apprendimento della fatica imparare la rivoluzione», appunto. Era quando i ragazzi facevano piangere le madri e «prendevano dei gran schiaffoni dai padri esasperati dai turni di notte, se li prendevano e poi andavo in giro a cercare di redistribuirli», Le ragazze fumavano «senza averne davvero piacere, vergognandosi del loro odore». Fumavano e si ingozzavano, dopo, di mentine. Allo sposo piace più imparare che lavorare, piace che le cose prendano una piega inaspettata e promettente. Ci fu l’estate dei 16 anni, l’estate del niente. Ci furono gli anni anarchici «<dei comunisti lo spaventava quell’aria che avevano di saperla più lunga di tutti gli altri»). Ci fu la comunista Chiaretta, tuttavia, e le sue compagne luxernburghiane che lottavano contro il patriarcato e però «tolleravano il suo pisello fascistoide», avendolo Chiaretta scelto per sé. Neanche a lei ha mai detto ti amo, ma nemmeno le ha mai detto addio. Dove, dunque, ho imparato a dire ti amo? Perché l’amore è diverso dal bene; «il bene è una cosa così pratica che non c’è da potersi sbagliare, non serve dirmi ti voglio bene, lo so già». Dire a una donna: amore è cosa diversa da dirle: amata. Ciascuno lo sa. L’amore è una supplica, contiene un bisogno primogenito. Ma certo. Anche la cura della persona amata, senza il patema perpetuo dell’amore, è un desiderabile approdo. «Gli atti senza volontà, la forza della consuetudine: c’è molta consolazione in questo». Molta consolazione davvero nel vivere la ripetizione di quel che è certo e che identico trovi al tuo ritorno: la quiete della casa, il panorama amato. Bisogna avere una salute di ferro per vivere lontano dall’amore, tuttavia. E dunque bisogna che l’amato e l’amore coincidano, in un certo anche tardivo momento quando la salute inciampa. Bisogna aspettare, aver fiducia che prima o dopo arrivi il tempo del giardino, dell’ orto, del divano condiviso e del pesce da cucinare cantando, in cucina. Perché poi, dice Maggiani, è sempre possibile fare ciò che si desidera: «C’è sempre un buon modo per fare».

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