Da Il Tirreno: “Tre croci” di Federigo Tozzi

 

Una città che scivola nel buio, come l’Italia che va in guerra nel romanzo intenso e malinconico di Federigo Tozzi

di STEFANO ADAMI Sono ormai cento gli anni che compie uno dei romanzi “senesi” più intensi e attuali di Federigo Tozzi, “Tre croci”. L’autore lo scrisse di getto, in soli sedici giorni, nel 1918, schiacciato dall’urgenza di una storia della città e dei suoi abitanti che aveva già visto in immagini, nella mente. E Siena, nelle pagine tozziane, è – come i protagonisti della storia, tre fratelli – una città che scivola nel buio, mentre è impegnata ancora a credere disperatamente di vivere nel suo luminoso passato. Quel grande slancio creativo e vitale del passato si è ormai esaurito: alla città rimangono le ombre.La Siena di “Tre croci” è sempre sotto un cielo scuro, minaccioso, cinereo. Ognuno dei tre fratelli l’attraversa spavaldo «facendo il grande». Questa era la sensazione di Tozzi, l’immagine che lo spinse a scrivere. Le tre croci disegnate dall’ombra su uno dei panorami a collina di Siena. E forse quell’immagine si espandeva a coprire l’intera Toscana, l’intera nazione che proprio in quegli anni marciava verso le trincee della Prima guerra mondiale. Protagonisti del romanzo, si diceva, tre fratelli senesi, Giulio, Enrico, Niccolò. I fratelli Gambi, legati tra loro da relazioni complicate e conflittuali, dove collera e tenerezza si fondono, i loro amici, ed una banca. Pare storia di oggi. I tre fratelli portavano avanti, a Siena, una libreria, dove lavorano e dove si riunisce sempre una piccola cerchia di amici. Ma gli affari non vanno bene. Però non si può lasciare che la città se ne accorga. Che ne parli. Che i tre divengano lo zimbello, la barzelletta del giorno. Anzi, bisogna squadernare davanti a tutti il successo, il benessere. L’affermazione.Dice Niccolò al signor Valentini, un cliente della libreria, nelle prime pagine del libro: «E io campo da signore per dispetto a quelli che mi vorrebbero vedere a mendicare. Non faccio bene? Devono tutti mangiarsi il fegato dalla rabbia!». E dettaglia: «Oggi, a pranzo, tordi e quaglie. E mi son fatto mandare da una delle migliori tenute del Chianti un vino che, se lo bevesse lei, resterebbe stupito. Dio! Come mi voglio godere! Per me, nella vita, non c’e altro! Sono nato un signore, io; piu di lei!». Ma è soltanto apparenza. Già nelle prime righe i tre fratelli hanno appena falsificato la firma di un amico su una cambiale che uno di loro, Giulio, si accinge a portare in banca. È ormai da tempo che lo fanno: nessuno in città se ne è accorto. Nemmeno, per fortuna, il loro amico. Che, la prima volta, per la prima cambiale della lista, si era davvero cortesemente offerto di avallarla di persona. Quella prima cambiale fu siglata dal cavaliere Orazio Nicchioli, «assessore comunale e capo di parecchie opere di carità». È da quella prima carta che i tre continuano a copiare la firma. Naturalmente, non durerà. Siena osserva i tre fratelli, inizialmente in silenzio. Li giudica. È pronta a condannarli. Come loro facevano con i concittadini. Il Nicchioli, intanto, dopo aver aspettato abbastanza, rivorrebbe i suoi soldi. Non immagina che i fratelli hanno continuato a pescare nel suo. Fa una timida richiesta di restituzione. I tre se la prendono. Spiega: «Nessuno… più di me… conosce la vostra onestà… nessuno, più di me… vi stima. E non vi basta! … Ci conosciamo fino da ragazzi… e sarei pronto a restare per voi senza pane… se non avessi famiglia! Io vi chiedo soltanto di trattarmi… da amico… perché non credo che possiate lamentarvi di me». La città, si diceva, è morta: «Dalla finestra della loro camera, si vedeva la campagna, tra Porta Ovile e Porta Pispini. Ma era già troppo buio, e la campagna doventava di un colore cinerognolo tutto eguale. Il vento frusciava nei giardini e negli orti, a pie’ delle case; dentro la cinta delle mura di Siena… L’erta delle case, silenziosa, morta, non sentiva». La libreria accumula debiti ogni giorno di più. I tre fratelli vagheggiano di partire per una grande città, trovare un compratore, realizzare con due parole la cifra da restituire all’amico, quella per impedire lo scandalo, ed un rimanente per vivere a bell’agio. Sono fantasie. Il Nicchioli torna regolarmente in libreria, per salutare, ma anche per ricordare il debito. «Siena è come tante strisce dritte di tetti e di facciate, della stessa altezza; che si alzano invece all’improvviso dove le case vengono più in fuori, pigliando un poco di poggetto…. E la Torre del Mangia pare che si spenzoli, su alta nel cielo, dalle mura. Il cavaliere disse: – Si volti a vedere com’è bella la nostra Siena! Ma Giulio non aveva voglia di guardare». I tre sono costretti a chiedere all’amico altre diecimila lire. È all’apertura del capitolo XII che il castello di carte implode. «Alla banca, un amico del Nicchioli si stupì che egli avesse firmato per i Gambi un’altra cambiale; e pensò di dirglielo. Il Nicchioli non voleva crederci, e restò così sconvolto ed atterrito delle conseguenze che né meno la moglie riescì a calmarlo». La cosa viene denunciata. Il primo dei fratelli a trarre dure conseguenze dall’affare è Giulio, forse il più sensibile dei tre. «Allora, spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio. Sentendosi stringere, avrebbe voluto gridare; ma non gli riescì». Presto, anche gli altri due lo seguiranno. Tozzi conclude così, con la linea delle tre croci sullo sfondo di Siena, una storia paradigmatica della città. E la storia di questi ultimi anni di Siena, nel terzo millennio, tra banche e suicidi, tra Mps e David Rossi, anche quella sembra che l’abbia già scritta uno dei suoi figli più acuti: Federigo Tozzi. 

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