Tommaso Ferrini “Il complesso di Arkhàn. L’altra me che decise dci restare”

Tommaso Ferrini “Il complesso di Arkhàn”

Edida 2017, pagine 114

Su Amazon in ebook 2,99 euro

in cartaceo 4,15euro

 

 

Dalla quarta di copertina:

Il Complesso di Arkhàn è un fanta-psico-thriller incentrato sulle vicende surreali di Teresa, una donna di trentotto anni che diviene protagonista di un’escalation di situazioni che terranno con il fiato sospeso. Ma Teresa non è la sola. In una realtà spaccata al confine tra due mondi si delinea un panorama che induce all’inquietante dilemma: chi tra di noi? Quanti tra di noi?

Come inizia

Un raffreddore. Fu da un semplice raffreddore che tutto ebbe inizio.
Era il 6 settembre 2015, una bella giornata. Per tutta la sua durata stetti fuori al sole, mi gustai tutto il calore che ero in grado di ricevere, poi arrivò la sera e con lei un frescolino pungente che mi colse totalmente alla sprovvista. Niente di sconvolgente anzi direi un classico, la mattina dopo mal di gola e raffreddore. Decisi di andare comunque a lavorare, quasi più per la stizza di aver appena iniziato ed essermi già ammalata che per un senso etico. Al tempo lavoravo come segretaria in una ditta di noleggio apparecchiature elettroniche, mi avevano assunta da poco e non mi andava di presentarmi subito come lo stereotipo della donnicciola cagionevole che si ammala ad ogni cambio di stagione.

Stralci

Solo allora notai l’incongruenza del fatto che prima ero in piedi e adesso in ginocchio, in ogni caso non più sdraiata per terra. Ma allora chi era quella che vedevo distintamente adagiata sotto di me? O meglio chi ero io visto che quello che vedevo era il mio corpo esanime languire sul pavimento? Feci un balzo indietro e mi ritrovai alla porta della stanza, guardavo il mio corpo senza riuscire a capacitarmi di cosa diavolo stesse succedendo, ero in preda alla disperazione più nera e agii d’impulso, mi ci scagliai sopra e mi intimai di svegliarmi, cercavo di scuotermi per la spalla, dalle braccia, poi infine presi tra le mani la testa e la sollevai leggermente per guardarmi negli occhi: erano semichiusi e dalla bocca come dal naso si notava distintamente del sangue colato ormai secco. […]
È un’emergenza chiamami ti prego, adesso!” Appena ebbi finito di scrivere sentii la chiave infilarsi nella toppa del portone di casa, le mandate, lo scatto e infine vidi la porta aprirsi. Fu col suono in sottofondo della chiamata Skype di Roberto che vidi me stessa entrare dalla porta di casa, mi vidi togliere le scarpe […] vidi quel mio doppio mettersi i capelli dietro l’orecchio destro e incrociare poi il mio sguardo sconcertato. Fu prima di svenire e perdere completamente i sensi che feci in tempo a sentirle dire: “Questa poi… ma tu non dovevi essere morta?”
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