Luigi Grassia “Gli Italiani alla conquista del West” da Il Tirreno recensione di Giuseppe Culicchia

Protagonisti uomini e donne originari del nostro Paese
I cowboy e l’epopea americana nel libro di Luigi Grassia

 

Soldati, missionari
e cacciatori di taglie
Ecco gli italiani
che fecero il West

di Giuseppe Culicchia

Noi che siamo stati bambini in Italia mentre i nostri fratelli maggiori erano alle prese col ’68 e col ’77 vivevamo nel West. Sui due canali televisivi dell’epoca vedevamo “Ombre rosse” e “Mezzogiorno di fuoco”. I nostri eroi erano John Wayne e Gary Cooper. E quando avevamo qualche spicciolo in tasca correvamo in edicola per comprarci il nuovo albo di Tex, salvo poi restare incantati di fronte alle tavole di Eleuteri Serpieri, che su Lanciostory ci raccontava di Toro Seduto e del generale Custer. Così è un misto di nostalgia ed emozione quello che si prova leggendo “Gli italiani alla conquista del West” di Luigi Grassia, giornalista della Stampa, ovvero come recita il sottotitolo «Tex Willer in tricolore. Una storia di uomini (ma anche di donne)» (Mimesis, pp. 199, EUR 16). Prima che l’America diventasse per masse di italiani poveri la meta agognata di quella che è stata la nostra emigrazione, fu un altro genere di compatrioti a sbarcare lì dov’erano approdati Colombo e Vespucci. Si trattava di soldati e gentiluomini, missionari e avventurieri, ma anche corsari, che tra il Settecento e l’Ottocento si spinsero fino in Texas e in Nevada magari facendo tappa nei Caraibi, e che agli occhi degli americani recavano con sé l’aura di un’Italia prima rinascimentale e poi risorgimentale. Nel 1854 il “Nabucco” di Verdi trionfava in California; poco dopo Lincoln offriva a Garibaldi il comando di un’armata durante la Guerra di Secessione. Leggende da sfatare. Grassia sceglie tre figure esemplari. La prima è quella del figlio di un siciliano e di un’irlandese, Charles Angelo Siringo, uno che in America fece il cowboy e il pistolero, il ranger come Tex Willer e il detective per la famosa agenzia Pinkerton, dando la caccia ai banditi del Mucchio Selvaggio. Orfano di padre ad appena un anno, Siringo condurrà un’infanzia alla Huckleberry Finn assai travagliata fin dal secondo matrimonio della madre con un poco di buono uso a perdere soldi al tavolo del poker, e da adulto scriverà libri destinati a ottenere un grande successo di pubblico negli Stati Uniti. Al punto da dare origine all’uso poi diventato comune del termine «cowboy», che da principio non designava i mandriani veri e propri detti «cattleman» bensì i cani sciolti capaci di vivere ai margini della legalità. È grazie agli scritti di Siringo che scopriamo come Hollywood abbia censurato la grande mescolanza di razze che caratterizzava il mondo dei cowboy, che non erano tutti bianchi e anglosassoni e si riparavano dagli elementi con sombreri messicani e cappellacci qualsiasi anziché con eleganti cappelli Stetson. Allo stesso tempo, i nativi non attaccavano volentieri le carovane: proponevano semmai qualche scambio di merci, oppure ricorrevano a minacce. Se Siringo è in odore di massoneria, massoni a tutto tondo sono gli altri due personaggi di questo West tricolore. Del bergamasco Giacomo Beltrami, esploratore del Mississippi e guerriero ad honorem delle tribù Sioux e Chippewa, avevamo già letto nella precedente biografia scritta dall’autore, Balla coi Sioux. Qui però l’uomo che per primo – dopo aver servito Napoleone ed essere stato esiliato all’indomani della Restaurazione con l’accusa di complottare contro l’Austria – redasse un dizionario di lingua Sioux, scoprendo anche le sorgenti del Grande Fiume americano, assume una dimensione più articolata. Non è più un eroe solitario, ma s’inserisce nel quadro del contributo italiano all’epopea a stelle e strisce. Sorta di Jack London orobico, alto, prestante, poliglotta, condurrà un’esistenza nel segno della sete d’avventura, toccando il Canada e il Messico e Haiti – da dove scriverà delle rivolte degli schiavi destinate a fare da scintilla alla Guerra di Secessione – non senza prima imbarcarsi in esotiche relazioni amorose. Insomma: non sfigurerebbe in un romanzo di Conrad, a cominciare dalla tempestosa (letteralmente) traversata oceanica con cui raggiunse l’America. Robin Hood caraibico E in fatto di acque salate, ecco il corsaro genovese Giuseppe Bavastro, degno di interpretare una parte al fianco di Jack Sparrow nella saga interpretata da Johnny Depp. Alla pari di Garibaldi, a sua volta corsaro nei mari caraibici e sudamericani, anche Bavastro esercitò questa «professione» alla Robin Hood, facendo incetta di bottini sottratti ai ricchi e potenti di turno e evitando di depredare navi meno fortunate. E la sua carriera di lupo di mare, destinata a dargli la soddisfazione di comandare la flotta del Simon Bolivar «Libertador dell’America Latina», lo vide perfino scambiare qualche parola con Napoleone in persona, per cui fu corsaro con i gradi di capitano di fregata. Ma è sulle acque dell’Atlantico che Bavastro scriverà pagine di autentico valore all’interno del mito americano. È una vera cavalcata sulle orme di italiani lontanissimi dai noti stereotipi di emigranti e mafiosi ma capaci di lasciare tracce del loro contributo alla nascita di una leggenda, quella di Grassia. Che scavando tra epistolari, diari di viaggio e biblioteche solleva la polvere delle strade battute da questo trio di pionieri sconosciuti ai più. Quanto all’altra metà del cielo, si tratti di nobili o squaw, suore o complici, non sono poche le donne che incrociano a più riprese le vite dei tre protagonisti principali. E, non a caso, l’ultimo capitolo è tutto per loro: senza una come Etta Place, o come Laura Bullion, per dire, quella di Butch Cassidy e Sundance Kid sarebbe stata tutta un’altra storia. 

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