Laura Sirtori Rimini e Roberto Peregalli “Grand Tour” da La Repubblica Cultura recensione di Natalia Aspesi

L’eredità di Renzo Mongiardino

Quando c’era chi aveva ancora una certa idea di casa

NATALIA ASPESI

Grand Tour è il titolo ambizioso ed evocativo di un libro molto ambizioso e di ormai rara cura editoriale; spessa carta finalmente opaca e come sabbiosa, fotografie prive di luci e di ombre che paiono vecchi dipinti di nobili interni, testi gradevoli e ricchi di informazioni. Malgrado il suo peso e il suo prezzo, se lo sono regalato in tanti, soprattutto chi comincia a sentirsi a disagio tra le pareti troppo bianche di troppe case, nell’eccesso di design anni ’50 e contemporaneo di gran firma o industriale, o peggio di solenne e compatta antichità, un che, oggi, di troppo voluto, di fittizio, di estraneo, come se il conforto del proprio nido, del ricordo degli anni dell’abbondanza, della solidità familiare, abbia ormai bisogno di una diversa messinscena.

Che Laura Sirtori Rimini e Roberto Peregalli, architetti, raccontano con le dieci abitazioni di questo gran tour professionale, nato dalla devozione al loro maestro Renzo Mongiardino, di cui sono stati allievi e collaboratori. Per decenni l’architetto e scenografo, oggi definito leggendario, ha dato un inimitabile e fantasioso contorno alle vite dei borghesi ricchi e famosi, quelli che ricorrevano alla sua sapienza leggiadra e impegnativa come specchio di una condizione privilegiata; ed è anche per questo che il suo modo di arredare innervosiva i contemporanei tendenti al minimalismo e alla sinistra, considerandolo politicamente deteriore ed esteticamente pomposo e fuori tempo. Del resto come scenografo aveva lavorato per l’opera e per il cinema, con esteti raffinati se non addirittura decadenti, come Giancarlo Menotti e Franco Zeffirelli. Signore di un lusso misterioso e labirintico, Mongiardino è scomparso vent’anni fa, e forse alcuni suoi ambienti colti, eterogenei e talvolta fiabeschi, milanesi o parigini, non esistono più, ma esistono imperterrite nel mondo persone la cui idea dell’abitare corrisponde alla sua, perpetuata dai suoi allievi di un tempo: clienti, anzi committenti, per cui la casa, anzi la dimora, deve essere un luogo che rappresenti una certa idea di opulenza, fantasia, esotismi, richiami storici. Ecco a New York, l’appartamento di Hamish Bowles, giornalista inglese di massimo prestigio mondano, che lo definisce «un santuario in città, una estensione di me stesso»; con le tipiche librerie architettoniche neoclassiche e ogni spazio oberato di cose.

Ecco sempre a New York, in un vecchio quartiere chic di piccole case, quella di una coppia di artisti non so quanto alla moda, Rachel Feinstein e John Currin, soddisfatti del loro “scrigno”, dopo una perplessità iniziale, «mi pareva un po’ un gusto da Liberace, il pianista, non capivo perché i frontoni delle stanze dovevano essere di marmo finto, dipinto e non vero, ma i due architetti avevano ragione, perché la loro scelta è legata alla sontuosità decorativa dell’arte italiana». Nell’appartamento al ventottesimo piano di un grattacielo a Tel Aviv, nei due piani di un palazzo razionalista al centro di Milano, in una grande villa appositamente costruita a Gibilterra, in un casolare isolato e ricuperato a Capri e poi a Londra e a Sankt Moritz, a Parigi e a Monaco: abitazioni «non arredate ma create», ogni locale una scenografia che come a teatro è soprattutto opera di finzione e di inganni, reinventata dai grandi nostri artigiani, marmisti, pittori, falegnami stuccatori, fabbri, bronzisti.

Sono loro a creare questi palcoscenici di vite certamente lussuose oltre che impegnative: confusi nelle diverse case si intrecciano scale a chiocciola, porte segrete, false profondità, prospettive inesistenti; pareti rivestite di velluto di seta verde o rubino tipo Fortuny, di papier-paint orienali o di tromp-l’oeil a fiori; grandiose librerie architettoniche con volumi rilegati oppure dipinti su un telo; colonne corinzie rifatte, bassorilievi, cineserie; azulejos, dorature, stucchi in rilievo porcellanato; statue di imperatori romani, cucine sontuose e mascherate. Grand Tour consente di entrare in questi spazi incantati, che qualcuno ha definito metafisici, e forse c’è chi potrebbe sentirsi tra tanto inconsueto accumulo eclettico, perduto come Alice nel Paese delle meraviglie.

Però questa appare l’attuale tendenza del nuovo lusso che ha bisogno di rappresentarsi dentro una regia visionaria per confermare l’appartenenza a una casta che immagina se stessa chiusa e diversa. Si moltiplicano i convegni sul lusso che è diventato il prodotto italiano più ambito nel mondo. Eppure in qualche modo oggi che il fuori appare inquietante se non addirittura minaccioso, questo dentro complicato e per quasi tutti illusorio, può sembrare un rifugio in cui rintanarsi: se naturalmente si è doviziosi tanto da avere anche il cosiddetto personale che se ne prenda cura senza sosta. E se si accetta quel gusto lì.

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