Giovanna Casadio “Dove si guarda è quello che siamo”

C’era una volta e c’è ora in Sicilia

di MICHELA MARZANO

“Dove si guarda è quello che siamo” di Giovanna Casadio

Il cùscuso è l’incrocio dei venti e dei mari tra via Serisso e via Ossuna. La lacrime delle madri straziate per i naufraghi inghiottiti dall’impietoso mare.

È la luce che si accende nella stanza delle donne quando è ancora notte». Questi grumi di semola di grano duro snocciolati all’alba, sistemati nelle cuscussiere, e poi cotti a vapore non rappresentano solo il piatto che, a Trapani, si cucina a ogni festa comandata, ma anche la prova che il mare, in Sicilia, è tutto tranne che una frontiera. E che, raccontando il cibo della sua terra, Giovanna Casadio, giornalista di Repubblica, ci narra un mondo fatto di regole e di violenza – il 13 porta fortuna, quando si torna a casa si deve annusare il ciàru del mare e offrire il volto al vento, la mafia è una ferita e non basta il sale per curarla – ma anche di reciprocità e di accoglienza.

Un’epopea umana a tratti disperata, come quella dei tonni la cui mattanza dà vita a decine di famiglie, sebbene l’odore del sangue non lo si possa sopportare e, una volta sentito, non lo si scorda più.

Dove si guarda è quello che siamo (Edt) è un piccolo gioiello in cui, parlando delle arancine (rigorosamente al femminile, perché al maschile gli arancini sono catanesi o messinesi), Giovanna Casadio ricorda di quando, tra il 1876 e il 1915, espatriarono 14 milioni di italiani, di cui quasi un milione e mezzo siciliani, spinti dalla povertà e dalla fame – perché dalla fame non c’è scampo, e «i gusci dei babbaluci gettati via davano sollievo a chi li afferrava e ancora li sucava sperando fosse rimasta qualche cosa».

È un breviario di saggezza in cui l’autrice, raccontando il profumo della granita di gelsomino, non omette di rendere omaggio al giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, trivellato di proiettili in una via d’entrata del paese nel 1983, colpevole solo di aver capito troppo presto le collusioni tra l’imprenditoria mafiosa e i colletti bianchi. Trapani è impastata di vento, sale e acqua, scrive Casadio, ascoltando e tramandando le vecchie storie dell’isola. Ecco perché, quando soffia lo scirocco e la luce trafigge gli occhi, non è possibile guardare in faccia la realtà, ed è necessario chiudersi in casa, attendere la sera, oppure il ritorno della tramontana.

Ma prima o poi le cose vanno guardate per quello che sono e oltre ai racconti e alle leggende – c’è ancora chi insiste che è proprio tra Trapani e il Monte Erice che Ulisse incontrò la bella Nausicaa citando un vecchio manoscritto di Samuel Butler – non si può non dire che, se l’acqua scarseggia in Sicilia, è anche per via degli interessi malavitosi.

Ma i siciliani sono tutti un po’ “pazzi”, spiega Giovanna Casadio, perché nella sua terra i conti non tornano mai: dove c’è troppa bellezza e troppa vita, pure la ferocia, quando si scatena, è fuori misura. Anche se il cùscuso è il piatto della fratellanza, e sin da piccoli si impara che è solo dando e ricevendo che si entra a far parte del ciclo sacro della natura: «Io do a te e tu in cambio insegni a me, che è tutto quello che c’è da sapere sull’umanità e dintorni».

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