Giancarlo De Cataldo su La Repubblica: Wolfe di Rex Stout

Sono Wolfe e sfido il potere a viso aperto

di GIANCARLO DE CATALDO

Creato da Rex Stout, il detective anticomunista e antifascista che risolve delitti da una serra di orchidee può ancora insegnarci qualcosa: a partire dalla sua lotta alle violazioni dei diritti civili da parte di Hoover, allora capo dell’Fbi

Nero Wolfe: un pachidermico investigatore privato che risolve enigmi impossibili senza (quasi) mai muoversi. Del resto, per attivare il suo ipertrofico cervello basta il minimo moto indispensabile: dallo studio alla serra delle orchidee e viceversa, con passaggi obbligati alla tavola, la buona tavola, alla quale provvede lo chef Fritz. A trottare sulla strada — o negli interni lussuosi dove abitualmente dimora la sua benestante clientela — provvede lo sfrontato giovanotto Archie Goodwin, aiutato, quando occorre, da validi investigatori privati (uno dei quali, Orrie Cather, sta così antipatico a Wolfe sin dalla sua apparizione che dopo una trentina d’anni di onorato servizio si trasformerà in sicario prezzolato, ingaggiato per uccidere proprio il suo ex datore di lavoro). Il padre di Nero Wolfe, Rex Stout, è l’enfant prodige di una famiglia quacchera, precoce matematico bambino, a undici anni contabile sullo yacht del presidente Roosevelt (Theodore, lo sterminatore di orsi), autore sfortunato di romanzi mainstream passati inosservati, approdato infine al giallo a quasi cinquant’anni con Fer- de- lance (dal nome di un velenoso serpentello, in italiano il libro esce come La traccia del serpente).

In quarant’anni di produzione — scriveva nei primi due mesi di ogni anno, avrebbe raccontato in seguito, e per il resto se la spassava — Stout fornisce sporadiche informazioni sul suo protagonista: sappiamo che è un gourmet e un gran bevitore di birra, che si reputa il massimo esperto di orchidee, che è di origine montenegrina e che ha combattuto nella prima guerra mondiale uccidendo (sostiene) duecento tedeschi. Wolfe entra nel cuore del grande pubblico italiano grazie allo sceneggiato interpretato, alla fine degli anni Sessanta, da Tino Buazzelli, Paolo Ferrari, Renzo Palmer e Pupo de Luca, e ci torna nel 2012 per merito di una serie con Francesco Pannofino, Pietro Sermonti, Andy Luotto. E possiamo menzionare il Neron Vukcic dei gradevoli romanzi di Hans Tuzzi: se non proprio Wolfe, qualcuno che gli assomiglia molto. Su due temi discutono da anni i wolfologi. Il primo riguarda la cucina. Wolfe è davvero un eccelso gastronomo o è un po’ superficiale, per non dire cialtrone? A prima vista, le sue ricette, che grondano panna e stracotti, appaiono di una pesantezza difficilmente compatibile con il gusto contemporaneo. Il secondo tema ruota intorno alla domanda: Wolfe è di destra o di sinistra? Per Ernest Mandel è un progressista che parte bene e poi si rovina, diventando reazionario. È lecito dissentire. Wolfe è troppo americano per non essere entrambe le cose: antifascista e anticomunista. Il pericolo rosso è incombente, e c’è qualcosa di personale: Wolfe ha una figlia adottiva che perfidi agenti jugoslavi gli uccidono, e per vendetta si decide persino a varcare la Cortina di Ferro (passando, peraltro, per Bari).

D’altro canto, l’origine quacchera lo porta a diffidare dell’oro. I ricchi che racconta sono freddi, cinici, sociopatici e ammalati di un’avidità incontenibile. Certe sedute nello studio di Wolfe, i famosi finali con disvelamento del colpevole, sono di una sublime crudeltà: il sogno americano, che prometteva la vittoria all’esito di una leale competizione fra eguali, si è rivelato un incubo di arroganza e tradimento. In ogni caso, sui diritti civili non transige: in Nero Wolfe fa la spia (1954) se la prende con l’Fbi, colpevole di aver indebitamente “attenzionato” una cittadina americana. E quando il carismatico J. Edgar Hoover va (letteralmente) a bussare al portoncino dell’antica casa di arenaria sulla 35ma Ovest di New York, Wolfe si prende la soddisfazione di non aprirgli. È la prima apparizione letteraria di Hoover come icona del modello law & order. Dopo sarebbe comparso nelle pagine di Don De Lillo e James Ellroy, e sullo schermo nella biografia critica di Clint Eastwood e persino, come spietato e mellifluo sbirro nella New York conquistata dai nazisti, ne L’uomo nell’alto castello, la serie ucronica tratta da Philip K. Dick. Ma tutto questo oggi, o ieri: non certo quando Hoover, potente e temuto, terrorizzava metà America e teneva sotto controllo l’altra metà con strumenti a dir poco discutibili. Wolfe cuor di leone ancorché equidistante dagli opposti estremismi.

Nel mondo Lgbt anglosassone, infine, ci si interroga sul rapporto fra Nero Wolfe e il suo braccio destro Archie Goodwin. Drewey Wayne Gunn, autore di una dettagliata guida alla letteratura gay americana, sottolinea come, quasi in contemporanea con Fer- de- lance Stout pubblichi Forest Fire, un romanzo non giallo a sfondo gay. E potremmo aggiungere che Goodwin, dongiovanni ed eterno fidanzato della bella e ricca Lily Rowan non viene mai messo alla prova con una scena di sesso più o meno esplicito. Ma, in fondo, ha importanza? Certo che no. E se anche fosse, questo non farebbe che renderci la strana coppia Wolfe-Goodwin ancora più simpatica.