Fiammetta Sabba “Viaggi tra i libri. Le biblioteche italiane nella letteratura del Grand Tour”

Fiammetta Sabba

“Viaggi tra i libri. Le biblioteche italiane nella letteratura del Gran Tour”

Serra, Pisa-Roma, 2018, pp. 364, € 74,00

Istituzionalizzato come una vera e propria consuetudine quale percorso formativo almeno fino a tutto il XVIII secolo, il Grand Tour si è mosso fin dalla fine del Cinquecento in una sequela pressoché ininterrotta di eruditi, letterati, filosofi che hanno fatto dell’Italia una delle mete privilegiate dei loro viaggi. Da essi, una congerie eterogenea di osservazioni e una altrettanto diversificata serie di forme letterarie: resoconti diaristici, lettere, relazioni, guide, di cui il volume pone in primo piano l’importanza per la storia delle biblioteche. L’autrice propone un’analisi delle fonti, frutto a sua volta di una complessa ricerca di tipo bibliografico e di un censimento, sia dei repertori di opere di viaggio sia delle raccolte librarie specializzate nel settore, ripercorrendo gli itinerari che hanno condotto letterati ed eruditi a visitare le principali biblioteche italiane.

Recensione di Hans Tuzzi apparsa su “La lettura” supplemento del “Corriere della Sera” del 25 marzo 2018

Biblioteche da Grand Tour

Hans Tuzzi

Benché egli stesso viaggiatore appassionato, Victor Hugo considerava la guerra e il viaggio le due forme più rozze di incontro fra i popoli. Se questo può valere per l’attuale società del turismo di massa, non fu certo così per la stagione d’oro dei viaggiatori, quando il turismo era di là da venire. Svincolati da limiti di tempo e danaro costoro raggiungevano la loro meta – se meta poi c’era – lentamente, con un progressivo allontanarsi dai rassicuranti usi della patria attraverso contrade sempre più diverse e particolari. In questo senso, l’ultimo grande viaggiatore europeo fu Patrick Leigh Fermor. Ma l’epoca d’oro del viaggio coincide, in Europa, con il Grand Tour che culminava in Italia, a Roma o a Napoli o meglio in quella Sicilia dove, secondo Goethe, “è la chiave di tutto”. Quando nell’Ottocento il viaggiatore esplora Africa Asia e Sud America, l’Italia diventa meta di ricche famiglie borghesi armate dei loro buoni breviari su cosa vedere: è già turismo.

Su un aspetto caratteristico del Grand Tour esce ora un bel volume che, pur nella solidità scientifica, non ha nulla di pedante e farà la gioia di quanti coltivano la letteratura di viaggio. Lo si deve a Fiammetta Sabba, questo bell’excursus attraverso secoli e terre, che ci restituisce impressioni e considerazioni di quanti, nella loro tappa italiana, non trascurarono un elemento che pochi ritengono meritevole di deviazione: le biblioteche.

Dopo una prima parte che inquadra il fenomeno del Grand Tour e della letteratura di viaggio, Sabba tratta la versatilità culturale di chi viaggiava per educarsi e conoscere e individua gli itinerari abituali dei viaggiatori a seconda delle varie nazionalità. Infatti, in assenza di guide turistiche le esperienze rese pubbliche dai predecessori segnavano la via da seguire o evitare.

Si ha poi un’antologia di testimonianze scritte, dove a nomi noti – Mabillon, Leibniz, de Brosses, Bernouilli – si affiancano personaggi assai meno conosciuti ma non per questo meno interessanti da conoscere: è ad alcuni di loro, al contrario, che si devono non poche notazioni curiose, inattese o buffe. La prima biblioteca che il vescovo scozzese Burnet descrive con cura è l’Ambrosiana di Milano, nella quale venne guidato da un logorroico custode che però parlava solo milanese, così che Burnet, pur padroneggiando perfettamente latino e italiano, non fu in grado di comprenderlo. L’Ambrosiana, fondata dal cardinale Federico Borromeo, è – scrive Burnet – «a very noble Room and well furnished», piena di accademici e canonisti, che erano gli studiosi italiani per eccellenza. Naturalmente, la disposizione era molto diversa da come è oggi, e vedere questo variare nel tempo delle più note biblioteche italiane costituisce un fascino e un merito del libro. Nelle biblioteche pubbliche d’Antico Regime i manoscritti preziosi non venivano resi noti a tutti, ma, per visionarli, ci volevano – soprattutto in Italia – forti raccomandazioni, comunque inutili nel caso di opere di religione non cattolica, soprattutto se anche il visitatore era sospetto. Il francese Misson, ad esempio,  riferisce di essersi recato per ben due volte presso l’Ambrosiana per un manoscritto di Anastasio nel quale era contenuta la storia della papessa Giovanna, e di essersi sentito chiedere: “di che religione sei?”, imbarazzandosi a tal punto da rinunciare a consultare il manoscritto. Solo grazie all’intercessione del segretario di Stato monsignor Pallavicino, Lady Miller a Roma riuscì a visitare il Collegio dei Gesuiti, interdetto da sempre alle donne.

Il francese Grosley contò a Roma tre cardinali con ricche biblioteche, Davia, Gualtieri, e Imperiali. E aggiunse: il primo legge di tutto ma non ha mai scritto nulla, il secondo scrive sempre e non legge mai, il terzo né legge né scrive.

Negli anni Settanta del Settecento, lo svedese Björnståhl, arrivato per mare a Civitavecchia e deluso dal deserto intorno a Roma, là dove si aspettava giardini e campagne coltivate, restò tuttavia soddisfatto dell’ottima reputazione di cui godevano nella Città Eterna i suoi connazionali, e ciò per merito della regina Cristina, sepolta a San Pietro. Proprio presso la Biblioteca Vaticana erano finiti molti suoi manoscritti in varie lingue, riuniti in un’unica sala dedicata a Cristina: sopra la porta si leggeva un’iscrizione in marmo con il nome della sovrana e il numero totale dei manoscritti. Björnståhl racconta della cospicua somma di denaro da lei lasciata per i musici che ogni mattina nella sala suonavano arie in suo onore e a diletto dei visitatori. Lo svedese proseguì per Napoli dove scoprì anche come i libri seguissero i sovrani: molti antichi testi conservati il secolo precedente presso la chiesa degli Agostiniani di S. Giovanni a Carbonara, ormai si trovavano a Vienna speditivi dall’imperatore Carlo VI. Napoli però aveva acquisito, trasportata da Parma a Capodimonte, la biblioteca dei Borbone, assai bella e ricca di volumi rari.

Il bibliotecario Antonio Magliabechi è stato spesso descritto come sporco e  fumatore accanito, tanto disordinato da usare aringhe e fette di salame come segnalibri, e tuttavia la sua magnetica personalità incantava come poche gli eruditi di passaggio a Firenze, e il volume ne reca diverse testimonianze.

Tutti gli stranieri lodano la bellezza architettonica delle biblioteche italiane, la quantità e rarità dei volumi, gli ottimi cataloghi e la competenza di bibliotecari come il Paciaudi. A sorpresa, l’inglese Spence liquida la Marciana di Venezia («The library is small and the librarian knows nothing of it») e il tedesco Fischer boccia la Palatina di Parma: acquisti fermi da quarant’anni, come se la biblioteca servisse solo per fornire mance al portiere; un bibliotecario poco gentile; infine, con tanti bei libri, l’assenza di un catalogo era davvero imperdonabile.

Splendori e miserie delle biblioteche…

 

 

 

 

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