Andrea Moro “La razza e la lingua – Sei lezioni sul razzismo” recensione di Elena Loewenthal, da La Stampa del 4 settembre

di Elena Loewenthal
Nella narrazione biblica l’uomo è l’ultima cosa che Dio crea, e per di più l’unica per la quale non basta la Sua parola: tutto ciò che è nel mondo viene «pronunciato» dal Signore per diventare reale. Per fare Adamo – e poi Eva – ci vogliono invece polvere della terra e fiato celeste. Ultima ruota del carro prodotta con materia di seconda mano, l’Uomo ha però, almeno nel racconto sacro, un privilegio unico: a lui Dio assegna infatti il compito di dare il nome giusto a tutto ciò che esiste. E Adamo se la cava egregiamente. Egli ha insomma per natura la capacità di saldare «la nozione di ‘concetto’ (e dunque del dominio cognitivo) e quella di ‘parola’ (dominio linguistico), per dirla con Andrea Moro, linguista, neuroscienziato e narratore, nel suo ultimo libro in uscita per La Nave di Teseo, La razza e la lingua – Sei lezioni sul razzismo.
Ma c’è un’altra caratteristica che, nella Genesi, differenzia l’uomo dal resto del creato: se infatti tutto viene 
immancabilmente al mondo in forma di collettivo plurale, l’Uomo è creato in un solo esemplare. La tradizione ci spiega che così nessuno può rivendicare un’ascendenza più nobile degli altri: il principio di eguaglianza, anzi di parità, si fonda sulla certezza di avere tutti un unico padre, un’unica madre.
Come il Dna
Eppure, come spiega Moro in queste pagine tanto avvincenti quanto illuminanti, il razzismo, cioè la convinzione che l’umanità sia fatta di alti e bassi separati da confini invalicabili, permea anche la lingua. Varie teorie, del passato quanto del presente, sostengono infatti che vi siano lingue migliori, più evolute di altre. O ritengono che certe culture, certe forme di pensiero, certe vette concettuali siano possibili solo in alcuni universi lessicali e non in altri. La linguistica dimostra invece che la parola non è solo uno strumento di comunicazione ma un vero e proprio «tessuto» del cervello comune a tutta l’umanità, proprio come il Dna. «Il fatto è che come certi incubi ricorrenti anche  questo si ripresenta, e quel che è peggio è che sembra difficile riconoscerlo… così l’idea che esistano lingue migliori di altre è riattecchita, se non in linguistica almeno nel senso comune. Eppure oggi, a differenza dell’800, abbiamo prove dirette di quanto questa ipotesi sia falsa ancor prima che pericolosa e dannosa». 
Per spiegare al lettore non specialista quanto sia scorretta l’idea che ci siano idiomi migliori di altri, Moro offre un vero e proprio racconto della lingua. O meglio, una disamina sulla storia della linguistica ma anche del modo di intendere la parola, attraverso spettro del razzismo. Non per niente è l’allievo prediletto di Noam Chomsky. E così, qui ben si illustra che cos’è la lingua e come mai l’uomo parla, ma gli animali no. È del resto una faccenda complessa: «la nozione di “parola’” è complicata anche se a prima vista può non sembrarlo; così come quella di “frase”: in un saggio sulla nozione di frase, John Ries ne contò nel 1931 ben 150 nozioni differenti…». Ciò che però distingue tanto la lingua quanto il cervello umano che la  crea è la sintassi, cioè «la capacità di generare significati nuovi e potenzialmente infiniti (le frasi) dal cambiamento di ordine degli stessi elementi primitivi (le parole)». 
Tante voci diverse
Gli studi di Chomsky e Moro associano linguistica e neuroscienze in una interdisciplinarietà tanto entusiasmante quanto ardita e dimostrano che è, per l’appunto, una questione biologica: l’uomo ha la lingua impressa nel sangue, anzi nel cervello. Proprio come racconta la Genesi biblica… più o meno.
Per questo il razzismo è pericoloso anche, forse prima di tutto, quando si parla di linguaggio: perché come non esistono lingue infinite e impossibili, perché la parola (e la sintassi) sono incise nella finitezza del nostro cervello. «La più pericolosa nozione di razza è quella che deriva dalla convinzione che esistano lingue migliori e che dunque persone migliori, non per i caratteri fisici ma per la capacità di comprendere e di comunicare e, in definitiva, di riconoscersi negli altri». Come dire che da sempre e per sempre l’uomo parla un’unica lingua, fatta di tante voci diverse. —