Dal Corriere della Sera: Nella Nobili “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta” recensione

 

Nella, la poetessa ritrovata

La fabbrica, i dolori, l’amore proibito nella raccolta curata da Maria Grazia Calandrone per Solferino

Corriere della Sera

di Giulia Ziino

Nobili, operaia a 14 anni, autodidatta, nel 1953 lasciò l’italia per Parigi

Forse, tra tanti, c’è un episodio minore che molto dice di Nella Nobili (1926-1985) — poetessa —, in vita prigioniera di povertà e di etichette, dimenticata presto come autrice, ora riscoperta nella raccolta “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta” (Solferino), curata da Maria Grazia Calandrone. Lo racconta lei stessa, rievocando i suoi anni nel salotto di Casa Bellonci, a Roma: una marziana sbucata fuori dalla miseria e dalla fabbrica e ammessa a frequentare il tempio delle Lettere. «Morandi — dice Nella — (Giorgio, il pittore, ndr) che aveva simpatia per me e al quale avevo dedicato una poesia, m’aveva offerto per semplice bontà d’animo un’acquaforte, sapendo in anticipo che avrei potuto servirmene come moneta di scambio, in caso di necessità». Il caso si presenta sotto forma del matrimonio della sorella: Nella non ha neanche un abito «decente» da mettere alla cerimonia. E vende il quadro: «Una gonna e una giacca di cotone confezionato da una sartina di quartiere valevano quanto un’acquaforte — magnifica — del maestro». Lo stesso abito «decente» Nella lo indosserà invitata nel salotto di Maria Bellonci: per lei il vestito della festa, per la «sultana delle Lettere, faccia smaltata, bocca rossa» la divisa della «poetessa-operaia», ingenua e pura, da esibire «come un piccolo fenomeno da baraccone»: «Le scarpe senza tacco, i calzini corti» e quel «tailleur verdastro in cotone» che, però, «aveva una storia».

Tutto ha una storia, in Nella Nobili. Storia di fatica e di fame, soprattutto: nasce a Bologna, madre sartina, padre muratore emigrato in Algeria. Poverissimi. Va alle elementari: in quarta, l’incontro della vita, con i versi di Ada Negri. La poesia diventa una ragione d’essere. Ma per la «figlia del popolo» il destino ha già scelto: il lavoro appena finita la quinta — prima a consegnare il latte porta a porta, poi in un’azienda che fa astucci per gioielli. Nel gennaio del 1940 raggiunge l’età giusta: «La fabbrica è un muro/ È una prigione la fabbrica/ Una punizione/ Quando ci entri a quattordici anni».

Adolescente, Nella deve darsi pace, dimenticare i libri. «Un caso emblematico — la definisce Nicola Crocetti — di una delle centinaia di intelligenze sprecate di questo Paese in quegli anni: menti che la scuola elementare risvegliava ma che la vita destinava ad altro. Lei però non si è mai rassegnata». Un vicino appassionato d’opera le presta libretti e romanzi. Lei legge dove può, quando può. Di notte a lume di candela, in fabbrica, chiusa in bagno nella pausa pranzo. Studia inglese e tedesco, da sola, per leggere Emily Dickinson e Rilke, tradurli. E scrive di suo: «E quella bambina interrotta si mise a cantare/ L’acqua e il vento la gioia e il dolore/ La bellezza d’allora».

Piano piano l’operaia entra nei circoli intellettuali bolognesi, si fa conoscere. L’aiutano Morandi e Giuseppe Galassi, direttore del «Giornale della Sera», che pubblica nel ’48 un articolo che le apre le porte di Roma e di Casa Bellonci. Il primo libro pubblicato, le recensioni. Ma anche l’etichetta di cui Nella, da allora, cercherà sempre (e invano) di disfarsi: la poetessa-proletaria, una «camicia di forza, una pubblicità ingannevole». Una prigione da cui, dopo tre anni, Nella scappa. Va a Parigi, per essere libera di scrivere — e vivere — come vuole: non un’immaginetta da mostrare in salotto ma una donna vera, che fa poesia senza sconti e canta l’amore per il suo stesso sesso. Troppo per l’italia di allora.

Costretta a lavorare per necessità, a Parigi Nella si ingegna: ama l’arte, dipinge e brevetta una tecnica per riprodurre sugli oggetti capolavori famosi: portasigarette, specchi, portacipria. Funziona, e arriva l’agiatezza: scarpe, cappotti, una villetta di proprietà. Tempo per leggere e scrivere. Anche Parigi però è una delusione: nel 1975 Simone de Beauvoir legge le bozze del primo libro in francese di Nella, non la capisce, le dà della dilettante. Il colpo è forte ma lei va avanti. Pubblica un libro, un altro. Scrive e denuncia: il lavoro che sfianca, l’amore proibito fra donne, lo stigma sociale. Ma la vita la tradisce ancora: i solventi che ha respirato per anni la avvelenano, le medicine che prende le causano la depressione. Dice addio alla vita nell’85, a neanche sessant’anni.

Oggi, più di trent’anni dopo, la sua voce sorprende. Un urlo, soprattutto quando dice delle forzate della fabbrica. «Leggera, dentro l’inferno» scrive Maria Grazia Calandrone nell’introduzione alla raccolta, che mette insieme una scelta di versi rappresentativi dei vari temi e fasi del lavoro di Nella sulla scrittura. Un testo, quello di Calandrone — poetessa anche lei — che ha poco della prefazione canonica: quasi un racconto breve, pieno di appassionata partecipazione, mai improvvisato. L’autrice ha ricostruito con cura la vita di Nobili basandosi su documenti e testimonianze anche inediti, lavorando con Marie-josé Tramuta dell’università di Caen e con Edith Zha, ultima compagna di Nella. Un lavoro di scavo che restituisce una voce poetica dimenticata ma ancora forte e accende una luce sulla condizione femminile e operaia nell’Italia degli anni Quaranta.

I testi di alcune poesie di Nella Nobili tratte dalle sue raccolte

 

 

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