Walter Siti “Bontà” da Il Tirreno, recensione di Stefano Adami

Col suo nuovo romanzo “Bontà” Walter Siti costruisce
un altro capitolo della sua archeologia del presente

La vita e la scrittura
nel grande calderone
dove tutto è uguale
e resistere non serve

di Stefano Adami

Walter Siti è uno dei pochi scrittori italiani che dice ai suoi lettori quello che non vogliono sentirsi dire. Un grande narratore del tracimare di quest’epoca. Siti costruisce da anni – nel povero panorama della scrittura italiana di oggi – un’archeologia del presente. E lo fa con grande maestria. Proprio per questo, il suo nuovo libro, “Bontà” (Einaudi, pp. 136) è in pieno un libro natalizio. Perché bontà è una delle parole più usate in stagione. Perché il presente trabocca di persone che vogliono stare dalla parte giusta. Sentirsi buone. Persone che credono – o vogliono far credere – di resistere. Che vogliono che gli altri riconoscano la loro bontà, la loro superiorità. Dalla cima di quella superiorità sono legittimati a sdottorare su tutto, a disprezzare, a giudicare tutto. E qui l’indagine di Siti su cosa vuol dire apparire buoni, cade a puntino. L’ambiente del romanzo di Siti è il mondo editoriale italiano. Un mondo che non ha niente a che fare con la vera ricerca. Con il vero sapere. Con la scrittura. È piuttosto, nelle pagine di Siti, un grande circo, un carosello dove appaiono ora l’autore arrabbiato famoso per le sue romanzesche pagine di denuncia delle varie mafie, pagine poi passate al cinema e in tv, le stelle pornosoft americane le cui scritture sono pronte a sbarcare in Italia, libri-verità a cascate, e i vari nomi di contorno che riescono ad arrivare alle prime pagine dei giornali, e nelle vetrine delle librerie, perché hanno azzeccato la direzione giusta della loro agitazione. Hanno azzeccato lo slogan giusto, o l’aggancio politico forte. Nel gran calderone di quel mondo, tutto è uguale a tutto, tutto ribolle insieme in un pastone che ha l’unico scopo di riempire vuoti. Nelle pagine di Siti, le case editrici cercano: «I romanzi sui bambini malati di cancro, sulle donne aviatrici nella Seconda guerra mondiale, sui migranti che ripopolano paesi fantasma (“a questo punto, allora, facciamolo scrivere da un migrante vero”); sui trentenni frustrati che riscoprono la natura vergine, sui giornalisti eroi e le camorriste riscattate dalla maternità, sulle paturnie sentimentali del ceto medio purché finisca bene». Tutti romanzi, tutti autori che, naturalmente, all’uscita, se ben spinti, troveranno uno spazio per mostrarsi in tv. Il protagonista della storia di Siti è uno dei domatori di leoni di quel circo editoriale. Nato nel 1944, è quasi coetaneo dell’autore. E, cosa importante, è nato “bene”. Ben fornito di posti in cui vivere, denaro, oggetti. Si chiama Ugo, nome comune, che non ha mai amato. Fin da ragazzo si sentiva destinato a diventare un grande scrittore, lo scrittore assoluto. Quello che avrebbe rivelato al mondo chissà quale sapere, chissà quali verità. Chissà quale grande bellezza. Una sensazione abbastanza comune fra gli studenti di liceo e le matricole universitarie. Almeno fino a qualche tempo fa. Dopo quella sensazione, arriva la vita. Passati i vent’anni, infatti, Ugo scopre che non è e non sarà mai il grande autore che credeva di essere. Non ha nulla da dire. O forse a nessuno interessa. Gli rimane la girandola di incontri con persone note, la conoscenza del gran mondo. La vita del corpo, che usa a piene mani. Entra a far parte del mondo editoriale, e diventa un editor capace, forse per contemplare con soddisfazione come e quanto i migliori prodotti di quel mondo siano deiezioni. Nessuno degli autori seguiti da Ugo si chiede davvero che cosa sia la scrittura, quali tipo di forze evochi. Tutti pensano a trasferire l’esperienza, l’immagine sulla pagina. Nessuno intuisce la necessità di bruciare tutto, e di cercare poi fra quello che rimane, fra cielo e terra. Ugo forse lo sa, lo immagina, ma non lo dice. Sarebbe una perdita di tempo. Il libro è solo una merce tra le altre. Bisogna solo cercare che il proprio libro sia la merce più desiderata, più venduta. Certo, il sogno di portare a compimento il suo grande poema giovanile resta forse ancora vivo, nelle profondità più nascoste. Condurre in porto quel poema, e trovare con esso quella “liberazione dalla vita” a cui pensa spesso. E forse quel grande poema è composto dalle pagine scadenti che aiuta a mandare in stampa.«La liberazione dalla vita» si raggiunge forse – pensa Ugo nel corso della sua storia – attraversando grandi dolori. Ma i suoi sono dolori finti. Finti conflitti, finte contraddizioni. Alla fine, resta solo il disprezzo. E poi, forse la vera liberazione di Ugo è osservare questo grande fiume del presente che porta via tutto con la sua melma. Il successo come il fallimento. La gioventù come la vecchiaia. La sincerità come l’ipocrisia. Il primo e l’ultimo. Un fiume a cui non si può resistere. Perché resistere non serve.

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