Stefano D’Andrea “Il padre è nudo” recensione da Il Tirreno di Lorenzo Mei

Stefano e la sua piccola Marghe: un non-manuale
tra “egoismo” e ironia (con molto, molto, Napisan)

Beata incoscienza:
prendersi in giro
e diventare padre
senza essere mammo

di Lorenzo Mei

“Tutto quello che gli uomini non dicono”. Il sottotitolo di “Il padre è nudo”, scritto da Stefano D’Andrea e pubblicato da Baldini+Castoldi, fa una promessa: indagare il desiderio, l’attesa, la nascita e l’inizio della crescita di un figlio (in questo caso di una figlia, Margherita America) dal punto di vista del padre. Un’angolazione inconsueta, soprattutto se messa in luce da una penna che non ha il vizio di zuccherare la (sua) verità, di incorniciare quadretti incantevoli e al contrario osserva se stesso, e di conseguenza la figura del padre, con una divertente spietatezza, autodenunciando le mancanze, gli egoismi, le fatiche, e naturalmente registrando le gioie incontenibili che l’arrivo di un essere umano nuovo di zecca porta con sé. D’Andrea scrive il diario di uno scontro frontale con quella che certamente sarà la persona più importante della sua vita, e quindi il racconto di come questa vita cambi dopo l’impatto. Si comincia dal desiderio di procreare, 17 mesi prima della nascita, quando l’autore annota il menu della sua colazione: Xanax, Setralina, PsylloPlus, Lansoprazolo, Gaviscon, Magnesio Supremo, Oscillococcinum, Moment e Kestine. Più un Domperidone da mettere in tasca. Una rapina in farmacia. E la riga finale di questa prima pagina è “E io voglio fare un figlio? “. Da qui, da questa certificazione di inadeguatezza, si snodano quattrocento pagine di cronaca (in senso lato) che proseguono con un insolito tentativo di dieta, mettendosi nelle mani di uno strano, e a suo modo geniale, Dottor Lì, e con il ricordo della dolorosissima operazione alle emorroidi, “il giorno più bello della mia vita”. Andando avanti (non c’è un ordine cronologico) ci ritroviamo con un papà che galleggia in un oceano di mamme quando porta la “Marghe” al nido, o lo compatiamo mentre immagina incidenti o sindromi che possano mettere in pericolo la vita della piccola, o prendiamo appunti mentre si fa spiegare dal suo amico Matteo che i panni vanno lavati con il Napisan. E una serie di capitoli è affidata proprio agli amici dell’autore (reali o inventati che siano) che sono diventati padri più tardi di quanto si fa (o si faceva) di solito, proprio come Stefano D’Andrea, che c’è arrivato intorno ai cinquant’anni. Lui e la compagna Betta sono ricorsi alla fecondazione eterologa, e infatti l’ultima pagina si interroga su come spiegare a Margherita il processo che dal concepimento ha dato il via a una catena di eventi che l’hanno fatta venire al mondo con un padre e una madre, ma senza il loro Dna. È un libro intriso di ironia, e non di quella autocompiacente, o quella che intende suscitare un moto di consolazione del tipo “Ma no, non sei una persona cattiva” di fronte a qualsiasi confessione. Volere un figlio è un atto di generosità? Per niente, spiega D’Andrea: per lui la procreazione è un atto di egoismo estremo, che però inevitabilmente porta con sé una schiavitù senza fine fatta di innumerevoli atti di generosità. L’autore si arrovella su come si faccia bene il padre, su quali siano gli sbagli da evitare e quali le mosse giuste da non dimenticare, ma alla fine queste pagine ci dicono anche che fare il padre a volte funziona o non funziona a prescindere dal ragionamento, dalle teorie, dai consigli degli amici. Perché in fondo Margherita è nata “in un’area del mondo nella quale l’acqua è potabile, l’aspettativa di vita è alta, l’assistenza sanitaria è efficace e il cibo disponibile. Penso ai miei nonni, i quali, chi sotto il fascismo e chi sotto i bombardamenti, hanno deciso che poteva essere una buona idea concepire mia madre e mio padre”. Insomma, se mettere al mondo una persona porta sempre con sé una dose d’incoscienza, D’Andrea rassicura se stesso, Margherita, la Betta e tutti noi, che esseri umani sono nati in condizioni assai peggiori di queste. E allora anche l’egoismo, come l’incoscienza, ha una serie di gradazioni. Se cercate un manuale che spieghi come diventare il padre perfetto, vi conviene cercare altrove: qui semmai si sentenzia che il padre perfetto non esiste, e che, se esiste, non si chiama Stefano D’Andrea. E però allo stesso tempo avrete la certezza che Margherita ha avuto il padre giusto, e che per lei non ce ne sarebbe mai potuto essere uno migliore.

Annunci