Rachel Kushner “Mars Room” recensione di Paolo Mauri da la Repubblica Cultura

Prigione o strip club la povera America di Rachel Kushner

di Paolo Mauri

Rachel Kushner è nata nel 1968 in Oregon e si è poi trasferita a 11 anni con i suoi genitori a San Francisco, città in cui è vissuta anche la protagonista del suo romanzo Mars Room, prima di diventare un’inquilina fissa della prigione di Stanville, con due ergastoli sulle spalle. Si chiama Romy Hall e il nome lo deve a Romy Schneider, l’attrice per cui sua madre aveva una specie di fissazione. Un’attrice, una donna sfortunata. È sfortunata anche Romy Hall? Noi lettori la incontriamo quando tutto è già avvenuto e lei si trova, con altre detenute, rinchiusa in un blindatissimo cellulare che a notte fonda sta andando verso il carcere di Stanville. Romy, prima, lavorava al Mars Room, un locale di infimo ordine dove si esibiva nella lap dance, facendosi chiamare Vanessa. Gli uomini che andavano in quel locale potevano, volendo, comprare un “pacchetto fidanzata” che li autorizzava ad una certa intimità con la ballerina prescelta. C’era un uomo, Kurt Kennedy, che si era fissato con Vanessa. Una volta, non trovandola al locale, si era dato molto da fare e aveva scoperto dove abitava e come si chiamava veramente. Per lei era cominciata una persecuzione. Se lo ritrovava dappertutto, anche quando usciva col figlio di pochi anni, Jackson. Kurt Kennedy era stato il suo passaporto definitivo per il carcere: lo aveva ucciso.

Rachel Kushner ci porta dunque in una enorme prigione: una prigione piena di donne. Solo alcune usciranno dopo aver scontato la loro pena. Altre, come Romy, non usciranno mai. E altre ancora avranno un’uscita più drammatica e certa: sono quelle ospitate nel braccio della morte, cui la legge consente almeno di scegliere, tra gas e iniezione letale, come vogliono morire.

Lo stile è diretto, il linguaggio un parlato basso e spesso aggressivo. Le guardie assediano le detenute e le detenute si assediano l’una con l’altra. Non c’è spazio nemmeno per l’angoscia e infatti Romy guarda, ricorda, ma riflette poco. Possiamo definirla una lotta per la sopravvivenza? Nonostante tutto sì, ma a quale prezzo… Nell’inferno rumoroso della prigione compare ad un certo punto Gordon Hauser. È un insegnante. Un uomo solitario che, per lavorare in quel carcere, si trasferisce in una specie di baracca nei boschi. Il suo ruolo è difficilissimo da sostenere. Con Romy Hall nasce una certa intesa e lei vorrebbe coinvolgerlo in quel che resta della sua vita. Gli chiede di informarsi della sorte del figlio, di cui non sa più nulla da anni. Sua madre è morta e a lei è stata tolta la potestà genitoriale. Hauser in qualche modo è attirato da lei, ma evita di impegnarsi a fondo. È una storia senza sbocchi. Senza nessun presente e nessun futuro. Lui non è un prigioniero, ma in un modo diverso lo è anche lui. Così come sono prigioniere le guardie incattivite dal loro ruolo. D’altra parte quando Romy ripensa alla sua vita fuori dal carcere, agli uomini che ha frequentato, ai luoghi squallidi in cui ha vissuto non c’è quasi distacco tra il dentro e il fuori. Rachel Kushner fa sembrare l’intero mondo una prigione: un mondo pieno di assassini, di drogati (che ti ammazzerebbero per una dose) e di prostitute. Non c’è riscatto, ma solo un grado più alto di violenza possibile. Il poliziotto corrotto Doc, che ruba e ammazza, finisce in carcere e il suo compagno di cella, dopo aver scoperto che era stato comunque un poliziotto, gli sfonda letteralmente il cranio. Sì, sembra dirci la scrittrice, c’è Gordon Hauser e il suo culto della natura e della solitudine. Ma sembra una creatura sterile, un sopravvissuto che non avrà seguaci. Come Cormac McCarthy, Rachel Kushner scrive sull’orlo di un inferno nel quale lascia bruciare anche i lettori.

Annunci