Rachel Kushner “Mars Room” recensione di Paolo Mauri da la Repubblica Cultura


 

[…]Romy, prima, lavorava al Mars Room, un locale di infimo ordine dove si esibiva nella lap dance, facendosi chiamare Vanessa. […]C’era un uomo, Kurt Kennedy, che si era fissato con Vanessa. Una volta, non trovandola al locale, si era dato molto da fare e aveva scoperto dove abitava e come si chiamava veramente. Per lei era cominciata una persecuzione. Se lo ritrovava dappertutto, anche quando usciva col figlio di pochi anni, Jackson. Kurt Kennedy era stato il suo passaporto definitivo per il carcere: lo aveva ucciso.

Rachel Kushner ci porta dunque in una enorme prigione: una prigione piena di donne. Solo alcune usciranno dopo aver scontato la loro pena. 

Lo stile è diretto, il linguaggio un parlato basso e spesso aggressivo. Le guardie assediano le detenute e le detenute si assediano l’una con l’altra. […]D’altra parte quando Romy ripensa alla sua vita fuori dal carcere, agli uomini che ha frequentato, ai luoghi squallidi in cui ha vissuto non c’è quasi distacco tra il dentro e il fuori. (Da Paolo Mauri La Repubblica Cultura)

Sinossi

In un andirivieni tra passato e presente, Rachel Kusher scrive la storia di un personaggio femminile ai margini della società americana: Romy è finita dietro le sbarre per omicidio. È successo quando faceva la spogliarellista al Mars Room. Un cliente aveva maturato una gelosia perversa nei suoi confronti. Romy era scappata a Los Angeles, ma non sembrava esserci modo di fuggire da quell’uomo, ma nessuno aveva ascoltato la sua versione dei fatti e ora il carcere le schiuderà un mondo di donne ferite e sole, ciascuna con la propria storia di dolore e  fallimento.