Paola Cereda “Quella metà di noi” recensione di Demetrio Paolin da La Lettura Il Corriere

Alla maestra-badante mancano le parole

Nel volume di Paola Cereda persino le persone più grigie celano un mistero

 

  • 7 Apr 2019
  • Di DEMETRIO PAOLIN

Nel suo nuovo romanzo Quella metà di noi (Giulio Perrone), selezionato nella dozzina dello Strega 2019, Paola Cereda mette in scena una Torino diversa. Non quella esoterico/borghese di Fruttero&Lucentini, non quella industriale tipica di molta saggistica, né quella luminosa dei depliant turistici post Olimpiadi 2006, e neppure quella ironico beffarda di Gipo Farassino. La Torino di Cereda è quella delle barriere, una sorta di città dentro la città, in cui la distanza dal centro si misura in fermate di tram o di bus. Il romanzo si muove su tre assi: Barriera di Milano dove vive Matilde, la protagonista, maestra elementare in pensione che si reinventa badante; via Accademia Albertina dove vive l’ingegner Dutto, costretto da un ictus a una vita in carrozzina; e la «collina», dove vive Emanuela, figlia di Matilde e veterinaria. Al centro del libro c’è, quindi, una protagonista dalla vita ordinaria all’apparenza: una maestra esemplare, una buona madre e moglie, che vive nel ricordo del marito morto prematuramente. La donna vive in un alloggio di periferia, dove disagi sociali ed esistenziali si mischiano alle lingue straniere. Il motivo, per cui la donna è costretta a iniziare il suo lavoro presso la lussuosa casa dell’ingegnere e a venire in contatto con la borghese famiglia di lui, lo lasciamo scoprire al lettore, avvertendolo, però, che anche le persone più grigie possono celare un segreto.

Tra i pregi del libro c’è la rappresentazione del mondo sommerso dei lavoratori domestici: chi sono, cosa pensano, come passano le loro giornate; quali sono le loro storie, i loro drammi. Linguisticamente invece il testo non produce la stessa carica innovativa, se da una parte avvertiamo una ricerca di mimesi con l’ambiente — presenza delle diverse lingue straniere parlate, dialettismi, uso dell’indiretto in cui si mescolano italiano e lingua madre — dall’altro tutto risulta stereotipato: il tossico alla finestra, il proprietario del kebab che compra le case perché diventa ricco, i coinquilini giovani con velleità artistiche. Il risultato è una lingua troppo educata, quasi anonima, in cui si aprono derive espressionistiche che stonano.

Cereda non decide lo stile con cui vuole narrare la storia, ne è succube. Lo stile grigio e dimesso s’accomoda bene al personaggio di Matilde, che sembra uscita da un romanzo di inizio Novecento. È un’inetta, che rimane in piedi quando tutto crolla solo perché la sua piccola idea di vita è impossibile da scalfire. C’è qualcosa di meschino, etimologicamente «povero», nella protagonista, le mancano le parole. Non è un caso che proprio nella scena finale non riesca a comunicare il suo tentativo di riscatto, simbolo di una sconfitta esistenziale che non può che chiudersi nel silenzio. Quella metà di noi è un romanzo discreto, che avrebbe potuto essere buono, se l’autrice avesse avuto il coraggio di guardare non solo la superficie ma il fondo del mondo che ha immaginato.

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