Mercè Rodoreta “Specchio infranto”, La Nuova frontiera editore, 2013 traduzione di Giuseppe Tavani

Scritto tra il 1968 e il 1974 “Specchio infranto” fu tradotto in Italia nel 1992. La Rodoreda, nata a Barcellona nel 1909, scelse a trent’anni, per il suo impegno antifascista, la via dell’esilio, in Francia e poi in Svizzera. A partire dagli anni ‘50 pubblica romanzi che dipingono figure femminili nella Spagna della Guerra Civile e poi franchista, come nel suo capolavoro “La plaça del Diamant”(1962) ambientato a Barcellona e in “Specchio infranto” un lungo romanzo che segue le vicende di una famiglia catalana per tre generazioni fino all’avvento al potere di Francisco Franco. Tramontata l’era franchista, la Rodoreda ritorna in Catalogna e va a vivere nel piccolo centro di Romanyà de la Selva dove completa “Lo specchio infranto” (“Mirall trencat”, del 1974)

Nel 1992 così si legge in una Rassegna Stampa relativa alla Bollati Boringhieri: Con “Lo specchio rotto”, in uscita a ottobre, Mercé Rodoreda realizza un vero e proprio “feuilleton” novecentesco, completo di tutti gli ingredienti del genere, dall’ascesa sociale all’incesto, dal tradimento all’amore infelice, non rinunciando nemmeno a segreti e fantasmi, ma condendo il tutto con una ricerca stilistica di assoluta modernità.

Dal Prologo a “Specchio infranto” La Nuova frontiera, 2013, traduzione dal catalano di Giuseppe Tavani

In questo Prologo l’autrice racconta e spiega le sue motivazioni alla scrittura e rende partecipe il lettore delle sue scelte narrative e linguistiche, del travaglio per la nascita dei personaggi, la loro vita e la loro genesi. Un romanzo visto attraverso gli occhi dell’autrice e le sue riflessioni.

Alcuni stralci:

Fare un romanzo è difficile. La struttura, i personaggi, lo scenario… questa operazione di scelta è esaltante, perché ti costringe a vincere le difficoltà. Ci sono romanzi che si impongono, altri devi estrarli pian piano da un pozzo senza fondo. Un romanzo è parole.

[…]

Scrivere bene costa. Con scrivere bene intendo scrivere con la massima semplicità le cose essenziali. Non sempre ci si riesce. Dare rilievo a ogni parola; le più anodine possono brillare accecanti se le collochi al posto giusto. Quando mi viene fuori una frase con un giro diverso, ho una piccola sensazione di vittoria. Tutta la bellezza dello scrivere sta nel centrare il mezzo espressivo, lo stile.

[…]

Non so se i personaggi di “Specchio infranto” abbiano abbastanza consistenza. Quel che veramente mi interessava di loro era che mi permettessero di creare quel peso della nostalgia che si prova per tutto ciò che si è vissuto intensamente e che è finito. Non sono né buoni né cattivi: come chi ci passa accanto ogni giorno della settimana. E hanno i loro segreti.

“Specchio infranto” è un romanzo dove ciascuno si innamora di chi non dovrebbe e chi non ha l’amore cerca di averlo a tutti i costi:nello spazio di un’ora o nello spazio di un minuto.

Come nascono i personaggi:

In via Santaló, in uno dei miei soggiorni a Barcellona, vidi una donna vecchia, vestita con cura, molto pulita, con una sporta piena di provviste. Sopra le pesche e le mele c’era un mazzetto di garofanini lilla, con una corona color melograno nel cuore dei petali. Zoppicava un po’. La seguiva un cagnolino bianco pezzato di castano chiaro. Negli occhi di quella donna c’era una sorta di tristezza, in tutta la sua persona una grande dignità. Aveva ancora qualche illusione: il mazzetto digarofanini. In quel momento nacque Armanda, la cuoca deiValldaura. L’avrei presa giovinetta. Fedele ai suoi padroni. A Teresa Valldaura avrei dato una figlia che non le assomigliasse. Sofia Valldaura mi ha permesso di giocare con un cuore arido, a me, che avevo sempre giocato con cuori teneri.Fredda, si difende accettando, dell’accettare fa la sua forza […]

Il romanzo, d’altro canto, mi si andava popolando di gente. Mi ci perdevo. Fui costretta a farmi uno schedario, il che mi contrariò perché pensavo che mi avrebbe tolto spontaneità. Non riuscivo a riprendere il lavoro. Mi respingeva.

“Specchio infranto” si era trasformato in una montagna inaccessibile. Non l’avrei mai finito. Avevo perso ogni interesse. I titoli che mi ero proposta mancavano di mordente. Un romanzo è uno specchio. Che cos’è uno specchio? […]C’è lo specchio quotidiano che ci rende estranei a noi stessi. Dietro lo specchio c’è il sogno; senza rompere lo specchio, tutti vorremmo attingere il sogno, che è la nostra più profonda realtà. […]il romanzo è uno specchio che l’autore porta a spasso lungo una strada, questo specchio riflette la vita. Io, in tutto quel che avevo scritto del romanzo di una famiglia, ne riflettevo solo dei frammenti. Il mio specchio lungo la strada era dunque, uno specchio infranto. Trovato il titolo, ripresi in mano il romanzo. Era passato molto tempo […]

In “Specchio infranto” muore tanta gente. Otto o nove persone, mi sembra. Tutte sono morte perché io l’ho voluto, perché io sono stata il loro destino. Per questo, vive o morte, le ho qui accanto a me. Le osservo, e loro osservano me. A poco a poco hanno acquistato rilievo, sono diventate persone in carne e ossa, del tutto familiari. Il notaio Riera lo vedo molto spesso; passeggia tra i boschi di Romanyà, all’ombra delle querce, dove ho finito “Specchio infranto”.

Della stessa autrice:

La piazza del Diamante

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“Giardino sul mare”

“Via delle Camelie”

“La Piazza del Diamante”

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