Magda Szabó “La porta”

Magda Szabó “La porta”

Einaudi Super Et, 2014

pagine 252

Su Amazon in ebook 7,99euro

in cartaceo euro10,20

“La porta” è una bella pagina autobiografica che racconta l’incontro di due donne e del loro rapporto conflittuale ma profondo. Una storia carica di valore umano che sa coinvolgere e trasmettere forti emozioni; anche le confessioni delle prime pagine, clamorose ed esasperate, sanno far cogliere al lettore lo spessore di un senso di colpa mai sopito:

“[…] devo ammettere che Emerenc l’ho uccisa io. Volevo salvarla non distruggerla, ma non posso tornare indietro e cambiare le cose”.

Chi era Magda Szobó

Magda Szabó, scrittrice ungherese (1917-2007). Nel 1947 iniziò a scrivere le sue prime raccolte di poemi e pubblicò i primi scritti dopo la seconda guerra mondiale, anni cui seguì, per motivi politici, un lungo silenzio letterario; ma verso la fine degli anni cinquanta iniziò ad avere successo e a ricevere numerosi premi grazie anche al sostegno di Hermann Hesse che ne apprezzava l’opera. Il romanzo La porta, del 1987, ottenne il Premio Betz Corporation.

Dalla quarta di copertina

È un rapporto molto conflittuale, fatto di continue rotture e difficili riconciliazioni, a legare la narratrice a Emerenc Szeredás, la donna che la aiuta nelle faccende domestiche. La padrona di casa, una scrittrice inadatta ad affrontare i problemi della vita quotidiana, fatica a capire il rigido moralismo di Emerenc, ne subisce le spesso indecifrabili decisioni, non sa cosa pensare dell’alone di mistero che ne circonda l’esistenza e soprattutto la casa, con quella porta che nessuno può varcare.
In un crescendo di rivelazioni scopre che le scelte spesso bizzarre e crudeli, ma sempre assolutamente coerenti dell’anziana donna, affondano in un destino segnato dagli avvenimenti più drammatici del Novecento.

Come inizia:

Sogno raramente. E se capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore. In questi casi, poi, mi abbandono nel letto e medito sul potere magico e inesorabile delle notti aspettando che il cuore si calmi. Da bambina, o da ragazza, non facevo sogni, né belli né brutti, è la vecchiaia che mi trasporta senza sosta un orrore impastato di detriti del passato, che mi travolge con la sua massa via via sempre più compatta, sempre più opprimente, un orrore più tragico di ogni esperienza reale perché le cose che vedo nell’incubo non le ho mai vissute sul serio. E mi risveglio urlando.

I miei sogni sono assolutamente uguali, tessuti di visioni ricorrenti. Sogno sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell’androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d’acciaio, il vetro infrangibile rinforzato di tessuto metallico, e cerco di aprirlo. Fuori in strada si è fermata un’ambulanza, attraverso il vetro intravedo le silhouette iridescenti degli infermieri, hanno volti gonfi, innaturalmente grandi, contornati da un alone come la luna. La chiave gira nella serratura, ma i miei sforzi sono vani […]”

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