Luciano Bianciardi “Aprire il fuoco” articolo di Stefano Adami su Il Tirreno

Le cinque giornate di Milano, il boom, il ’68: in “Aprire il fuoco” la danza delle epoche si intreccia al racconto autobiografico

Bianciardi e la rivoluzione che non arriva mai
Cinquant’anni fa l’ultimo (profetico) romanzo

 

di STEFANO ADAMI

Il suo ultimo romanzo Luciano Bianciardi lo vede arrivare in libreria nel 1969, due anni prima della morte. Il titolo è guerresco: “Aprire il fuoco”. È la sua opera più matura, quella che guarda più lontano. La vena agra, di profonda tensione, che gli aveva fatto incollare addosso, negli anni milanesi, l’etichetta di “arrabbiato di professione”, in queste sue ultime pagine sembra stemperarsi. Lo sguardo sembra diventare sguardo dalla distanza. Fra gli eventi che lo avevano portato a scrivere un nuovo romanzo c’erano stati i fatti del 1968, la contestazione giovanile. Come Pasolini, anche Bianciardi li aveva guardati con sospetto, considerandoli una grande rappresentazione. Pasolini aveva scritto la famosa poesia “Il PCI ai giovani! “, letta come un manifesto “contro” i contestatori. Calvino, che in quegli anni viveva a Parigi, si era fatto prendere dall’entusiasmo. Partecipava alle attività della Sorbona occupata, scriveva note febbrili, aveva cominciato un romanzo ispirato al Maggio francese: “La decapitazione dei capi”. Anche Bianciardi pensava di scriverci un libro, sul filo dell’ironia. Rileggendo gli eventi – sulla base delle memorie di Giovanni Visconti Venosta – come una riproposizione delle giornate di Milano del 1848, la ribellione della città al potere austriaco. Spostando però quelle giornate al 1959. Proprio prima del boom. Racconta la storia di uno dei capi del movimento, costretto all’esilio in un paese ligure, Nesci. È così che Bianciardi si vede nella seconda metà degli anni Sessanta: un uomo solo, chiuso nel suo esilio ligure di Rapallo. Fin dalle prime righe, intessute di giochi verbali continui, nello stile del Bianciardi migliore, il protagonista narra il faticoso inizio delle sue giornate. Il marsalino per risvegliarsi. La lunga marcia nell’inospitale paese-prigione di Nesci. «Mai fatto tanto freddo, qui a Nesci… Ora non ci si capisce più niente, è tutto cambiato, per via dei satelliti e delle bombe che tirano. Dio che freddo oggi. E poi piove, chissà quando la finirà di piovere… Beati i sciuri, quelli hanno la grana e se ne fregano del freddo. Se ne battono le bale». A Nesci, l’esiliato vive in un appartamento d’affitto, condiviso con una signora che ha un figlio, “la padrona di casa”. È Maria Jatosti, la compagna dello scrittore (infatti il romanzo sarà dedicato “alla padrona di casa”). Spiega il protagonista: «Non so se sia vedova, oppure nubile, è comunque certo che mariti in questa casa non se ne sono mai visti. Come stia questa faccenda… non mi interessa saperlo… non voglio in nessun caso entrare nella sua vita privata…». Certo è che i rapporti del protagonista con la padrona sconfinano molto oltre le delimitazioni formali. «”Come si sente? “, chiede la padrona. “Abbastanza bene, grazie, e lei? “. “Insomma… vuole che ci appartiamo? “. “Magari”… e dopo un po’ mi raggiunge in camera mia, si spoglia ed entra nel mio letto». L’uomo attende la ripresa della rivoluzione. Spera di essere liberato. Intanto, scrive le sue memorie, racconta le persecuzioni subite, le fasi della rivolta. Pagine ora divertenti, ora – come quelle in cui il protagonista fa il precettore – particolarmente felici. Nella chiusura del romanzo, l’esiliato è ancora in attesa della liberazione. Ma forse non verrà più nessuno. Forse quelle giornate di rivolta non ci sono mai state. Forse la vera rivoluzione, come Bianciardi aveva già scritto, «deve cominciare da ben più lontano … in interiore homine».

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