Luca Bianchini “So che un giorno tornerai”da tuttolibri La Stampa

 

di Luca Bianchini

Le storie più belle sono sempre quelle che capitano per caso, inaspettatamente, quando sei vestito male e non pensi di incontrare nessuna persona interessante. Non ricordo più cosa avevo addosso la sera in cui ho trovato questa romanzo, forse dei jeans strappati, ma era un sabato sera, ero in un posto sperduto e mi stavo chiedendo da almeno mezz’ora: “Che ci faccio qui”?Invece mi capita di salire sull’auto di una sconosciuta che deve darmi un passaggio, e appena mi guarda mi dice “Non puoi essere di malumore se sei con me, perché io non ho avuto la vita facile. Sai sono nata femmina. Se fossi stata maschio, avrei avuto entrambi i genitori, e invece…”  

Bum. Rimango basito dalla facilità con cui questa donna mi parla di sé, del suo passato, in un monologo che deve aver ripetuto molte volte agli sconosciuti, come tutti noi quando abbiamo un dolore troppo grande e allora ci confidiamo con la prima persona incontrata in crociera sui fiordi. Quando scrivo un romanzo non ho un criterio preciso, soprattutto nel momento in cui scelgo cosa raccontare: non penso ai lettori, a cosa vorrebbero, perché credo che il modo migliore per rispettare veramente chi ti legge sia offrirgli ogni volta qualcosa che non si aspetta.

Non sempre ci azzecco, ma non è importante.

Così decido di lanciarmi e inizio a frequentare questa ragazza, ad ascoltarla e intanto parliamo, di tutto e di niente, mangiamo fuori, beviamo prosecchi, è un’ avventura insolita perché nessuno dei due si conosce e non è chiaro dove andremo a parare. Io inizio a prendere

coscienza del personaggio di «Emma», che se avesse avuto il pisellino avrebbe avuto un padre e probabilmente una madre e invece si ritrova senza nessuno dei due. Inizio a raccontare quest’ avventura ai miei pochi confidenti e ognuno mi dice: Ma sai che è capitato anche all’amico di un amico?»Ed è questa la magia delle storie: tu sei alla continua ricerca di qualcosa di unico e speciale, per poi scoprire che può succedere a persone accanto a te. Però, quando hai a che fare con la verità, devi sempre maneggiarla con cura, soprattutto se fai lo scrittore. Cosìpartendo dalla verità, ho iniziato questo viaggio fuori e dentro di me. Sono finito a Trieste, una città che mi è  piaciuta da subito perché è come la mia Torino: non ci capiti per caso. Ci devi voler andare. Poi, quando ne parli con le persone, spesso ti senti dire: «Mi hanno detto che è bellissima», cosa che a torinesi e triestini dà piuttosto fastidio. Sono entrambe città meravigliose e orgogliose, che non hanno sfruttato del tutto le proprie potenzialità, ma in fondo gli va bene così. Dietro il rigore nascondono un po’ di follia, e a Trieste questa  è  alimentata anche dalla bora, «che spazza via tutto, tranne la malinconia» come scrivo a un certo punto di So che un giorno tornerai. Trieste, però, è una città molto particolare, quasi una città-stato come Napoli: forse non è un caso che entrambe abbiano vicoli stretti, salite irte, affacci improvvisi sul mare, e siano in fissa con il caffè. A Trieste, per ordinare un caffè bisogna avere un vocabolario: caffelatte, gocciato, cap in b, nero. Non sarei mai riuscito ad avventurarmi in una città particolare se non avessi trovato due Virgili che mi hanno accompagnato in vespa lungo le Rive e su per le salite, spiegandomi la città dall’ alto. Poi, mentre cammini per strada, scopri il portone dove ha vissuto Joyce, e ti ritrovi a fermarti al caffè di Italo Svevo. Sono stato per giorni a Trieste, perdendomi in Cavana e a San Giusto, senza sapere cosa cercare, solo a respirare i luoghi e a osservare la luce: qui il cielo ha un blu diverso dagli altri. Sono stato molte volte al bar Stella, perché avevo deciso che quello era il posto dove Angela incontrava Pasquale, senza dire mai ai proprietari che avrei inserito il loro locale nella mia trama: lì bevevo TeranMalvasia, a seconda di cosa mi consigliava la signora bionda. La sera, invece, i miei amici mi portavano fuori città,in osmiza, a mangiare sottaceti e brindare, in quelle case aperte dove regnano semplicità e allegria, che ho cercato di tradurre anche nella pagina scritta. Ma al mio personaggio, Angela, Trieste stava troppo stretta perché vincolava la sua libertà. Per cui la lascia all’improvviso e scappa a Bassano del Grappa con il primo uomo che passa, e lì è continuato il mio viaggio. I miei Virgili in città sono state le libraie di Palazzo Roberti: nessuno, meglio di un libraio, sa cosa piace a uno scrittore e così ho girellato per le vie di Angela bevendo un «meso e meso» da Nardini, guardando quello che avevo sempre chiamato il Ponte degli Alpini e invece per i bassanesi è il Ponte Vecchio. Ecco cosa mi piace di questo mestiere: immedesimarmi nei luoghi, mangiare la iota, portare a casa i presnitz e le meringhe di Bassano, anche se quelle mitiche di Fiorese non ci sono più. E visto che non potevo non tirare fuori la mia parte «terrona», ho fatto incursioni anche a Santa Severina in Calabria, la patria di Pasquale, il «padre vigliacco»: un posto pieno di bellezza e meraviglia, e anche lì mi ci ha portato un altro libraio, Nunzio Belcaro, di Catanzaro. Insomma, per me i romanzi assomigliano sempre più a dei viaggi. Ma mentre nelle mie prime avventure letterarie esploravo quasi tutto con la fantasia, da Io che amo solo te sento che devono assomigliare di più alla vita. Quando poi mi ritrovo a scrivere nella mia cucina torinese, con la musica di Michael Nyman in sottofondo, le vicende e i posti si trasfigurano, Emma trova finalmente il coraggio di dire a sua madre cosa pensa di lei, a Bassano riapre la pasticceria Fiorese e a Trieste il mercato di piazza Ponterosso, dove negli anni Settanta ogni giorno migliaia di jugoslavi si catapultavano per acquistare il simbolo dell’Occidente: i jeans. Ma la cosa bella di chi scrive un romanzo è che ogni volta fai il punto della tua esistenza. Stavolta mi sono reso conto di quanta sono stato fortunato a crescere e vivere a Torino: da qui, lantana da tutto, forse si vedono meglio le cose.

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