Karin Slaughter “Frammenti di lei” intervista di Enrico Franceschini da La Repubblica

I figli credono di conoscere i propri genitori, ma ignorano quasi tutto di quello che ha preceduto la loro nascita: e il passato, se ritorna, può contenere sorprese. È la premessa di Frammenti di lei, ultimo romanzo di Karin Slaughter, soprannominata la “regina del crimine” dall’alto di 35 milioni di copie vendute in trenta paesi, risposta femminile o meglio femminista al genere hard boiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Non a caso il libro ha due donne per protagoniste, madre e figlia: quando un killer minaccia una strage in uno shopping center, la prima salva la seconda rivelando capacità impreviste e da quel momento nulla è come prima.

Accovacciata in felpa, jeans, calzettoni, sul divano della suite di un albergo all’angolo di Trafalgar Square, l’autrice sembra mansueta. Ma poi si rivela, per dirla con un vecchio cult film nostrano, una ragazza con la pistola.

Umberto Eco raccontava che “Il nome della rosa” veniva dall’immagine di un monaco assassinato. Da dove arriva l’ispirazione del suo nuovo thriller?

«Dal vedere mio padre fare qualcosa di inaspettato. E quindi dalle sue risposte alle mie domande per saperne di più. Fino a una certa età i figli si disinteressano dell’esistenza dei genitori prima che loro venissero al mondo: spesso, quando sorge una curiosità simile, è troppo tardi, i genitori non ci sono più. Avendo l’età giusta e la fortuna di avere ancora mio padre, il desiderio di conoscere il suo passato è stato la molla per questo libro».

E quale è stata la molla per diventare scrittrice?

«C’entra anche lì mio padre. Da piccola scrivevo storie sulle mie sorelle maggiori in cui immaginavo che venissero uccise. Papà mi incoraggiava, regalandomi un quartino, 25 cent a racconto».

Piuttosto insolito, un genitore che incoraggia la figlia a fantasticare sull’omicidio delle sorelle, ma è servito a fare di lei un’autrice noir. Cosa pensa di Chandler e Hammett, capostipiti del genere?

«Eccellenti scrittori, per i loro tempi. Oggi tuttavia risultano obsoleti, almeno per me. Le donne, nei loro romanzi, hanno sempre un ruolo da comprimarie. Se bevono alcol e fanno volentieri sesso, solitamente finiscono assassinate. Un ritratto che non funziona più».

-Perché ora così tante donne scrivono thriller?

«Ho la tentazione di rispondere: per duemila anni è stato un territorio maschile, permettete di coltivarlo per un po’ a noi. In realtà, è un pezzo che esistono autrici di thriller, basta pensare ad Agatha Christie. Ma i suoi erano libri classisti, in cui i cattivi appartenevano quasi sempre ai poveri o alle minoranze. Oppure l’assassino è il maggiordomo».

Invece adesso?

«Adesso le donne sono particolarmente adatte a raccontare noir fuori dagli stereotipi, percorrendo strade inedite, dal punto di vista delle vittime: dimostrando che abbiamo non solo la licenza di scrivere ma anche di uccidere. Solo sulla pagina, s’intende».

Certo con un cognome come il suo era favorita (Slaughter in inglese significa “macello”, “massacro”, ndr).

«Fortunatamente non ho deciso di scrivere commedie romantiche!».

-Le secca la distinzione fra romanzi letterari e letteratura d’intrattenimento?

«Non la condivido: s’incontrano più scrittori di noir capaci di scrivere bene che il contrario. Non mi piace la generazione degli scrittori alla Franzen che scrivono romanzi sul proprio ombelico. Preferisco il noir, che mantiene sempre un equilibrio fra personaggi e trama».

Era la regola dei classici, da Dickens a Dostoevskij.

«Certo, anche Delitto e castigo è un thriller. E per conto mio, andando più indietro, pure l’Amleto. Il guaio di molta narrativa letteraria è che si limita alla bella scrittura ma è di una noia mortale. Mentre il noir, senza annoiare, descrive la realtà: è uno specchio in cui si riflette la vita. Perciò ha successo».

Merito dei critici, che non lo considerano più di serie b?

«In parte, ma secondo me il merito maggiore è delle case editrici, sono state loro a crederci per prime. Una volta i thriller erano libri confezionati male, da leggere di corsa e buttare via. Ora gli editori danno loro dignità. E i lettori li considerano libri come gli altri, buoni o meno buoni a seconda dell’autore, non del genere».

Quale è il segreto che ha fatto diventare lei la “regina del crimine”?

«Mi piacerebbe dire: il fatto che sono dannatamente brava! La verità è che devo tutto all’agente che ha creduto in me. Ci sono tanti bravi scrittori potenziali che nessuno conoscerà mai perché non hanno l’occasione di mettersi alla prova».

Come scrive i suoi libri? Pianificando tutto prima di cominciare come Frederick Forsyth o avanzando a casaccio come faceva Elmore Leonard?

«Non potrei mai scriverli come Leonard, ma non pianifico tutto dall’inizio come Forsyth. Quando comincio ho ben chiaro in testa chi è il cattivo della mia storia. E ho fatto abbastanza ricerche per dare autenticità alla vicenda».

C’è una città americana ideale per ambientare un thriller?

«Ce ne sono tante, da New York a Los Angeles. Io ho scelto Atlanta perché sta circa nel mezzo, non l’aveva ancora raccontata nessuno e ci vivo. È una grande città, piena di neri, ispanici, immigrati; un luogo legato a tradizioni conservatrici ma anche dove sono nate le lotte per diritti civili. La casa di Martin Luther King è a mezzo miglio dalla mia».

È lì che scrive i suoi romanzi?

«No, li scrivo in una casetta di legno che ho sulle montagne della Georgia, dove non ci sono distrazioni, tranne qualche cervo davanti alle finestre».

E non ha paura a starsene lì tutta sola?

«Si rischia la vita di più ad Atlanta. In ogni caso ho con me una pistola. So sparare, mi diverto a farlo nei tiri a segno e mi serve per quando descrivo un revolver nei miei romanzi. Ma il porto d’armi in America andrebbe strettamente regolato. Rinuncerei volentieri alla mia rivoltella, se il Congresso approvasse una legge per mettere fine alle stragi nelle scuole».

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