Joan Didion “Da dove vengo. Un’autobiografia” un’anticipazione su Terza Pagina La Repubblica

  Un’anticipazione di Da dove vengo di Joan Didion

Io, mia madre e il sogno americano

di JOAN DIDION

Mia madre morì il 15 maggio 2001 a Monterey, due settimane prima del suo novantunesimo compleanno. Il pomeriggio precedente le avevo parlato al telefono da New York e aveva riattaccato lasciando una frase a metà, suo tipico modo di congedarsi, soprattutto per far risparmiare chi le telefonava con quella che lei chiamava ancora «tariffa interurbana». Così che fino alla mattina successiva, quando mi telefonò mio fratello, non pensai che in quell’ultimo caso fosse stata semplicemente troppo debole per restare in linea.

Forse non solo troppo debole.

Forse troppo consapevole della portata di quell’ultimo «ciao».

Sul volo per Monterey ebbi una nitida visione delle molte volte in cui, come Lincoln Steffens, ero «tornata», avevo preso un aereo verso ovest, avevo seguito il sole, provando una gran leggerezza d’animo all’aprirsi della terra sotto di me, mentre i campi a «scacchiera» del Midwest lasciavano il posto alle vaste distese tra le Montagne Rocciose e la Sierra Nevada; e poi casa, lì, da dove venivo, me, la California. Mi ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo per capire che «me» è ciò che pensiamo quando muoiono i nostri genitori, anche alla mia età, chi mi cercherà ora, chi mi ricorderà per com’ero, chi saprà che mi succede ora, da dove verrò.

Nei giorni immediatamente successivi alla morte di mia madre, mi ritrovai spesso a pensare alle ambiguità e alle contraddizioni della vita californiana, che lei stessa aveva in gran parte incarnato. Per esempio, disprezzava il governo federale e i suoi «regali», ma non vedeva contraddizione alcuna tra una simile opinione e il fatto di sfruttare lo status di riservista di mio padre per usufruire gratuitamente delle prestazioni mediche e delle farmacie dell’Aeronautica, per fare acquisti negli spacci e nei duty free di qualsiasi installazione militare alla quale si trovasse vicina.

Pensava che il vero spirito californiano fosse caratterizzato da un individualismo sfrenato, ma era capace di dilungarsi sull’idea dei diritti individuali in modo vertiginoso e spesso punitivo.

Faceva di tutto per dare l’impressione di essere «arcigna», termine per lei sinonimo di ciò che all’epoca non si chiamava ancora «genitorialità». Da bambina, nella parte settentrionale della Valle del Sacramento, aveva visto uomini impiccati di fronte al tribunale.

Quando John Kennedy era stato assassinato, aveva insistito sul fatto che Lee Harvey Oswald avesse «tutto il diritto» di ucciderlo, che Jack Ruby, a sua volta, avesse «tutto il diritto» di uccidere Lee Harvey Oswald, e che se qualcuno aveva alterato l’ordine naturale delle cose, quella era la polizia di Dallas, perché non era riuscita a far valere il proprio, di diritto, cioè «ammazzare subito Ruby». Quando glielo presentai, mise subito in guardia il mio futuro marito, dicendogli che avrebbe trovato le sue idee politiche talmente di destra da ritenerla «la classica vecchietta in scarpe da tennis». […] Si definiva credente della Chiesa episcopale, come sua madre. Si sposò alla Trinity Episcopal Pro-Cathedral a Sacramento. Mi fece battezzare lì. […] Eppure all’età di dodici anni aveva apertamente rifiutato di essere confermata come episcopale: aveva seguito il corso ed era stata condotta davanti al vescovo ma, quando come da consuetudine le era stato chiesto di ripetere meccanicamente un punto chiave della dottrina, aveva sonoramente dichiarato, come in un dibattimento, di «non poter credere» che Cristo fosse il figlio di Dio. […] Solo in tempi recenti ho capito che tante di quelle opinioni espresse in modo così melodrammatico erano una difesa, erano la sua versione dei «principi, obiettivi e motivazioni saldi e chiari» della sua bisnonna, una barricata che la proteggeva dall’apprensione di una totale mancanza di senso. C’erano state fugaci manifestazioni di quell’apprensione, ma le avevo trascurate, ergendo la mia, di barricata. Per esempio, mia madre non vedeva il motivo di fare il letto, dato che «ci si torna a dormire». Né di fare la polvere, perché sarebbe riapparsa. «Che differenza fa» diceva spesso per concludere una discussione sulla possibilità, poniamo, che una sua conoscente dovesse o meno lasciare il marito, o che una sua cugina dovesse abbandonare gli studi e diventare estetista. «Che differenza fa»: tre parole che col tempo mi avevano fatto rabbrividire, quelle che mi aveva detto quando avevo insistito per sapere chi avesse venduto il cimitero. Il venerdì di Pasqua successivo alla morte di sua madre, si ritrovò ad attraversare la campagna in macchina con un’amica di Sacramento. Il menu del ristorante nel quale si fermarono per cena non aveva piatti di pesce, solo carne. «Al primo boccone ho pensato a mia madre e mi è venuto da vomitare» mi disse quando arrivò a casa mia a New York, qualche giorno dopo.

Sua madre, spiegò, non avrebbe mai mangiato carne il venerdì di Pasqua. A sua madre non piaceva cucinare il pesce, ma prendeva un granchio e lo apriva. Stavo per rispondere che trovare un granchio Dungeness nel Midwest poteva essere alquanto difficile, ma prima che potessi aprire bocca, mi accorsi che stava piangendo. «Che differenza fa» disse finalmente.

A questo link il Saggiatore propone una scheda del libro e una rassegna stampa