Intervista ad Hans Tuzzi sul Quotidiano della Provincia di Teramo

Giallo?Meglio barocco che manierista

Hans Tuzzi:”Si scrive sempre per una fetta di lettori. Nemmeno la Coca Cola piace a tutti”

di Mariano Sabatini

Teramo – È impressionante la quantità di romanzi e saggi che Hans Tuzzi, alias Adriano Bon, riesce a produrre, impressionante per il livello di raffinatezza che – in un mercato che insegue la facilità e l’immediatezza – garantisce ai suoi estimatori. Attualmente, lo scrittore milanese, bibliofilo nonché docente universitario in pensione, è impegnato con la cosiddetta lunga serialità sul doppio fronte del commissario Melis (ultimo è La belva nel labirinto, Bollati Boringhieri) e di Neron Vukcic (Al vento dell’oceano, Bollati Boringhieri). Corrado Augias l’ha definito il miglior autore di gialli di qualità: “Forse quelli che non si limitano alla sciarada dei fatti e degli indizi, ma che cercano anche un loro stile espressivo. Che non hanno paura di divagare. E, soprattutto, quelli che evertono con giusta misura la rigida gabbia di regole del genere giallo, che è altra cosa dal noir o dal thriller”, spiega Tuzzi, del quale il prossimo ottobre uscirà La vita uccide in prosa, per la serie di Melis.

La vulgata vorrebbe che i gialli fossero narrativa di facile approccio, ma lei nelle recensioni di Amazon dei lettori viene anche “accusato” di linguaggio barocco?

Sempre meglio che manierista, no? Però li capisco: cercano un giallo-giallo e si trovano un romanzo, con delitti, d’accordo, ma romanzo. L’ho messo in conto: si scrive sempre per una fetta di lettori, nemmeno la Coca Cola piace a tutti”.

Perché ha deciso di collocare il suo personaggio seriale, il commissario Melis, negli anni Ottanta?

Il ciclo di Melis ha l’ambizione di rappresentare l’Italia dal 1978, anno del rapimento di Moro, sino alla crisi della Prima Repubblica, gli anni in cui si svilisce la grammatica di una civiltà: Milano, la città che porta il futuro cinque anni prima, come diceva un manifesto del 1968, è il grande personaggio collettivo sullo sfondo”.

Quale intuizione invece c’è dietro Neron Vukcic?

Volevo scrivere una trilogia sul suicidio dell’Europa, dalla Prima alla Seconda guerra mondiale, con il crepuscolo del colonialismo e la crisi economica che portò ai totalitarismi. Come protagonista, però, non volevo un personaggio storico, ma qualcuno che potesse richiamare una nota figura della letteratura gialla. E Neron Vukcic, a iniziare dal nome, potrebbe ben essere un giovanissimo Nero Wolfe: anche lui montenegrino, agente asburgico, uomo d’affari nel Vicino Oriente prima di trasferirsi a New York. Non mancano, però, particolari minori ma essenziali che contraddicono la biografia del personaggio di Rex Stout”.

Perché, in un mondo che brama per esserci e apparire, ha voluto darsi un nom de plume?

Come Stendhal, per amore della mistificazione. Ricorda? Je porterais un masque avec plaisir, je changerais de nom avec délices. Stesse a me, ne avrei usato uno per la saggistica, uno per i Melis, uno per i romanzi-romanzi… Aggiunga una propensione per la vita appartata, un tratto che amo credere comune a coloro per i quali scrivere è interiore necessità, non mestiere”.

Come vive uno scrittore del livello e della prolificità di Tuzzi in un paese che ha un così basso indice di lettura?

Con l’età si rinuncia senza rimpianti a tante cose: i viaggi, il collezionismo, l’illusione di farsi capire… Si scrive per lettori ideali che da qualche parte, o in qualche altro tempo, esistono”.

Se leggere è il piacere che noi pensiamo, e lo è, perché la gente legge così poco?

Correggo: perché gli italiani leggono così poco… In Norvegia legge più di un libro l’anno il 90% della popolazione. Ma non hanno la costiera amalfitana, il vermentino con il cappon magro, Venezia, Roma, il Chianti, la vita… Eppure, ne sono convinto, i libri non tolgono tempo alla vita, lo migliorano”.

In un recente articolo sul Libraio lei ha ben descritto la maledizione del “lieto fine”. Come se ne esce?

Negli anni Settanta trionfavano i finali aperti. Gli autori di gialli come Qualcuno alla porta e La promessa hanno scelto finali amarissimi. Il povero Avrosimov traveste da lieto fine un disperato fallimento. I grandi della letteratura rifuggono abitualmente dal lieto fine. Ma il giallo deve ricomporre l’ordine infranto dall’omicidio. Se ne può uscire ricordando al lettore che quel ch’è stato rotto non s’aggiusta mai esattamente com’era”.

Perché ha deciso di pubblicare Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore? Non c’è abbastanza concorrenza?

Perché non dà precetti su come scrivere cosa: come i maestri di scuola d’un tempo, vuole insegnare a studiare, non vuole far imparare questa o quella materia. È, prima ancora di un come scrivere, un come leggere, perché saper leggere aiuta a meglio scrivere. Non dà regole, pone domande”.

Ma lei riesce a leggere i colleghi o si nutre di soli incunaboli e classici?

Proprio ieri ho iniziato a leggere con piacere Orient, di Christopher Bollen; confesso però di preferire, ai romanzi di genere, le opere a cavallo fra i generi, che offrono al lettore più inquietudini e più suggestioni. E questo è un tipo di scrittura che ha in Italia pochi ma ottimi esponenti, che seguo sempre con attenzione”.

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