Il Tirreno Culture: Fabio Genovesi “Il mare dove non si tocca” Premio Viareggio Rèpaci

 


 

 

 

 

di Elena Torre

Alto, magro, fortemarmino doc, i suoi romanzi hanno conquistato i lettori di tutte le età, Fabio Genovesi con “Il mare dove non si tocca” (Mondadori) insieme a Giuseppe Lupo con “Gli anni del nostro incanto” (Marsilio) è il vincitore dell’ottantanovesima edizione del Premio Viareggio Rèpaci e sfata il mito secondo cui nemo propheta in patria. «È una cosa che succede poche volte – ammette Genovesi – e mi sorprende l’affetto che la mia terra mi ha dimostrato da sempre cosa che mi rende molto felice. Questo premio ne è la conferma. Sono stato contento di riceverlo anche se la cerimonia mi è sembrata tanto veloce, non mi aspettavo che la premiazione della narrativa fosse la prima. Credo che lo abbiano fatto perché altrimenti si sanno le cose dai social e per evitare questo lo hanno detto subito, ma non mi aspettavo che con un quarto d’ora dopo l’inizio avessimo già finito».Genovesi, lei è rimasto poco sul palco, ed è sceso subito senza dire una parola…«Non ho detto niente perché lì per lì ero frastornato, anche per il fatto che eravamo in due a ricevere il premio, è una vittoria che dedico come tutto ai miei genitori che sono persone che non hanno studiato e che quando il loro figliolo gli disse che voleva scrivere, loro risposero che l’importante era che comunque lavorassi. Ci sono tanti genitori che hanno studiato e che impongono ai figli delle scelte di vita, invece la mia scelta così distante dalle loro non ha trovato opposizione. E poi lo dedico alla nostra terra perché mi rendo conto che io scrivo bene solo quando sono qui, certo scrivo anche altrove, ma qui faccio prima e meglio». Come succede in questo periodo…«Così come adesso, sì, che sto scrivendo il romanzo nuovo ho bisogno di avere intorno queste persone, di sentire intorno il nostro modo di parlare anche se poi non metto mai dialetti dentro i libri. E poi una dedica a Viareggio perché quando ero ragazzino mi ha proprio salvato la vita nel senso che ero strano, molto solo, e non avevo nessuno tra i miei coetanei con cui sentissi una comunità di cose, il mio sollievo era il sabato pomeriggio avere i soldi per il biglietto della Clap per andare a Viareggio dove c’era un grande negozio di dischi dove incontravo altri ragazzi come me, con i miei stessi interessi». E i ricordi, la memoria sono tema centrale del suo romanzo. «Credo che la memoria sia un tesoro enorme e la nostra unica arma contro la morte delle persone che ci sono care e che se ne vanno, il loro ricordo è quello che ci tiene legati a loro e ad alcune età della nostra vita. La memoria non deve scadere nella nostalgia, nel vezzo, perché non è vero che si stava meglio prima, credo che il fatto di sapere di quanta bellezza, quante cose belle ci siano state nel tempo passato sia importante; dire che certe cose sono successe ci dimostrano che possono succedere ancora. Memoria dunque come desiderio di vedere cosa succederà ancora. Purtroppo oggi scambiamo la memoria vera che è fatta di sensazioni, emozioni che ti fanno tremare il respiro, con i selfie, con le foto ovunque andiamo. Quello è l’opposto della memoria perché per fare quelle cose lì non viviamo i momenti». E a chi alla premiazione ha ha trovato il suo abbigliamento informale, forse troppo per la circostanza, cosa risponde? «Ho messo la felpa perché era fresco e poi perché io detesto camicie e giacche, le ritengo ridicole, amo vestirmi come mi sento bene e credo che se gli uomini smettessero di obbligarsi a vestirsi in un modo che reputano elegante, starebbero meglio con se stessi e sarebbero anche migliori persone, nella società staremmo tutti meglio, ci sarebbero meno guerre se si andasse a giro con la felpa e comodi, invece di strozzarci con quelle cravatte. Mi è sembrato il modo più sincero di essere quello che sono, che poi è quello che le persone che leggono i miei libri credo apprezzino di più. Il premio è un premio a me e quindi è inutile mandarlo a ritirare da una persona che non sono io. E poi non ho una giacca, e comunque in bicicletta sarebbe stata scomoda». –

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