Giuseppe Munforte “Il fruscio dell’erba selvaggia” recensione di Alessandro Beretta

Lo zio gioca a poker ed è un delinquente. Indaga il nipote

Un parente si uccide, altre vite s’intrecciano nella storia di Giuseppe Munforte

 

di ALESSANDRO BERETTA

 

Costruito in tre movimenti, quasi romanzi brevi che scattano all’unisono a fine lettura, il nuovo romanzo di Giuseppe Munforte Il fruscio dell’erba selvaggia, finalista al Premio Neri Pozza per gli inediti, gioca su un incastro di destini legati a una lontana e nera scintilla. È un colpo di pistola che si è sparato in testa un uomo, appesosi a testa in giù in Bovisa a Milano, in via Cosenz «dove la materia si estingue — le ultime case, un benzinaio e l’autolavaggio —, si sfalda in una prospettiva di baracche e steccati e erba chimica». Si tratta dello «zio bislacco», sessantenne suicida, del protagonista della prima parte del libro che si occupa di chiudere le ultime questioni in sospeso legate a quel parente misterioso, giocatore di poker e piccolo delinquente, che aveva abbandonato da tempo moglie e quattro figli. Il narratore si ritrova per le mani una busta piena di soldi e un nome, capisce che lo zio «era come se fosse morto senza spegnere la cicca. Toccava a me». Accettato l’incarico postumo, arriva a una scoperta che porta con sé una strana sensazione, sembra «tutto casuale, eppure così preciso, una strada nascosta, una sequenza perfetta di tasselli che scombinava la mia fiducia nella realtà». Il peso delle coincidenze che danno talvolta il ritmo alla nostra vita quando si dispongono in prospettiva, come gabbia o campo d’azione, fine o inizio, e che segnano anche le altre due parti del libro, intitolato dal verso di una poesia di Evgenij A. Evtushenko.

La seconda parte vede un altro narratore, il trentenne Abele, che in ospedale negli anni Novanta incontra Massimo, un uomo che gli racconta spontaneamente la sua vita, prima da orfano cresciuto tra i frati, poi da criminale e rapinatore, infine da persona pulita, camionista e sposato con la bella Eleonora. Un’amicizia di corsia, puntellata da parabole che toccano la scrittura — come quella volta che Massimo si salvò in carcere perché sapeva scrivere lettere d’amore per conto di un boss — che sembra chiudersi con la dimissione. Invece, un giorno Eleonora suona a casa sua, mandata da Massimo: cerca rifugio. Non si esce mai veramente dal giro, capisce immediatamente Abele, che aiuterà Eleonora fin dove possibile, sentendo che l’altro difficilmente sopravviverà a quell’ultima storia di soldi e droga.

La terza e ultima parte, riporta il lettore alla gioventù di Massimo, ai tempi in cui stava in un convento e manicomio, nei giorni in cui scelse la sua cattiva strada, ignorando l’influenza del frate che sperava di crescerlo e che, per colpa sua, aveva abbandonato la fede. Quel passato — non potendo qui svelare troppo — collide con le altre due parti, compiendole in un disegno inatteso.

Divisa in tre linee — «Nero uno», «Nero due», «Nero tre» — che toccano momenti temporali diversi spingendo il lettore a ricostruire la linea degli eventi, la struttura complessa del romanzo non ha nulla di gratuito, ma lega con l’evolversi dei personaggi e con un’immagine di fondo incontrata in apertura, quella del «sangue trasfigurato in materia scura» per cui «il tempo ha preso lo stesso risvolto opaco, è sospensione e non più sequenza». Di mezzo, tramite i personaggi, Munforte pone domande che toccano destino, tempo, fede, mescolandole senza stonare in un realismo poetico ambientato nell’hinterland lombardo — già sfondo di diverse sue opere, dalla storia di formazione La prima regola di Clay (Mondadori, 2008) all’amore di Nella casa di vetro (Gaffi, 2014), finalista al Premio Strega.

Un autore maturo, da seguire, che se ha l’ombra di Giovanni Testori tra gli spiriti principali della sua poetica, per i temi e l’estrazione popolare dei personaggi, la abbraccia con un nitore stilistico, asciutto e lirico nel registro metaforico, che porta il lettore in una rara e bella tensione. Oltre la terza parte, rimane per Abele un conto in sospeso: il frate di cui parlava Massimo è forse una persona che conosce e questo darebbe un senso ideale alla sua vicenda con l’uomo. Il cerchio potrebbe chiudersi, ma è un’ipotesi, un altro atto di fede che ciascuno può rivolgere verso l’alto o all’altezza dello sguardo di un altro, dove non è detto, comunque, che trovi una risposta o che non arrivi la realtà a spezzarlo.

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