Giancarlo De Cataldo “Perry Mason” da La Repubblica Cultura

Perry Mason sfida all’America giustizialista

di GIANCARLO DE CATALDO

Il difensore spregiudicato creato negli Anni 30, protagonista dei gialli di Erle Stanley Gardner, negli Usa puritani fu una rivoluzione. Perché stabilì il principio garantista che tutti, compresi gli emarginati, hanno diritto a un processo equo

Chiamiamo legal thriller il giallo a sfondo giudiziario, e courtroom drama il giallo che racconta lo scontro fra accusa e difesa in un processo penale. Le regole di entrambi questi sottogeneri vennero fissate, una volta per tutte, nei primi anni Trenta, da un quarantenne del Massachusetts che rispondeva al nome di Erle Stanley Gardner.

Perché una storia che accomuna indagine e processo funzioni occorre quanto segue: a) l’imputato è innocente ed ingiustamente accusato; b) l’imputato, spaventato dall’accusa, mente al suo avvocato, o cerca di cavarsela da solo, con esiti catastrofici ai quali l’avvocato è costretto faticosamente a rimediare; c) il pubblico ministero è sempre meno intelligente, preparato e adeguato del difensore; d) da un certo momento in avanti il giudice parteggia apertamente per la difesa; e) il pubblico non tollera i casi irrisolti. Un delitto è stato commesso ed occorre un colpevole. Se non l’imputato, allora qualcun altro. Bisogna che alla fine della storia la sua identità sia rivelata; f) ogni mezzo è lecito. Sono le regole alle quali si ispira, in quarant’anni di onorata carriera letteraria, il primo e più famoso avvocato del giallo di sempre: Perry Mason. Gardner, avvocato egli stesso, dichiarò di essersi dedicato alla narrativa per riequilibrare, in favore della difesa, un sistema distorto, e tutto schierato dalla parte dell’accusa. Da qui l’ultima regola: ogni mezzo è lecito.

Quando è alle prese con un caso, Mason immancabilmente viola una mezza dozzina di leggi federali, qualche prova la trucca, altre le occulta e, quando non può farne a meno, le fabbrica. Il Mason della celebre serie omonima, immortalato dal faccione asettico di Raymond Burr, si sforza di apparire una sorta di rassicurante fratello maggiore. I romanzi sono più espliciti, il clima più rovente, Paul Drake, il detective che di Mason è il braccio operativo, rasenta l’avanzo di galera, e Della Street, sul piccolo schermo un’adorabile babbiona wasp, ha con il suo boss un più tradizionale rapporto fra capo e giovane assistente. Ma per quanto ci si sforzi di confezionare un prodotto per famiglie, il figlio di buona donna che rugge sotto il doppiopetto alla fine viene fuori. E Mason trionfa grazie ai suoi metodi più che discutibili. Tutto questo è molto americano, visto che da quelle parti conta solo la vittoria. Mason è dunque l’archetipo del cattivo maestro? Lui la vede diversamente: ne fa una questione di principio. E spiega a Paul Drake: a me si rivolge chi è finito nei guai, e io cerco di salvarlo. Il problema è la macchina della giustizia: «Se il procuratore fosse leale potrei esserlo anch’io, ma egli ricorre a ogni mezzo per ottenere una condanna e io faccio altrettanto per ottenere un’assoluzione… è come in una partita di calcio…».

Mason è consapevole di assistere, a volte, delle canaglie.

Tanto, si giustifica, non sono io che assolvo, ma la giuria. Anche perché, a preservare l’eticità di fondo dello scenario provvede la regola numero uno: Perry Mason difende solo innocenti e non accetterebbe mai di sottrarre un assassino al patibolo. Innocenti, beninteso, di classe elevata, perché — ed anche questo è molto americano — se vuoi il meglio devi pagartelo. E anche quando — a volte capita — Mason difende un poveraccio, prima o poi, grazie a un’eredità o a qualche altro fortuito accidente, costui riuscirà a remunerarlo adeguatamente.

Le storie di Mason non invecchiano perché le regole fissate da Gardner sono e restano immutabili e nessuno dei grandi narratori processuali degli ultimi anni ha mai potuto farne a meno, da Scott Turow a John Grisham. Ma le regole che valgono per Mason funzionerebbero se al posto dell’avvocato avessimo il procuratore? In fondo, si tratta solo di spostare i ruoli: il bravo pm avrà sempre nel mirino un colpevole, e se giocherà sporco sarà per riaffermare la giustizia. Il giudice inizialmente diffiderà, e poi passerà dalla sua parte. E l’avvocato difensore ci farà una pessima figura. Secondo il poeta W. H. Auden, anche lui adepto del poliziesco, la difesa gioca sempre in vantaggio perché ha una giustificazione morale che manca all’accusa: «La legge umana è eticamente imperfetta, in quanto non è una manifestazione assoluta dell’universale e del divino, ma è soggetta a limitazioni casuali, come l’intelligenza o la stupidità di qualche poliziotto o di un giurato». Perciò fra accusa e difesa si scatena un “duello estetico” nel quale non conta tanto la verità ma la vittoria, e il nostro cuore di esseri imperfetti e impauriti è portato tendenzialmente a parteggiare per la difesa. A prima vista, in una cultura puritana con pena di morte e carceri piene di emarginati sembra un’eresia. Ma poi accade che Gardner stesso provi a invertire lo schema.

Scrisse infatti una serie di procedural che avevano per protagonista Doug Selby, un incorruttibile procuratore californiano e per antagonista un laido furbacchione in toga chiamato Alphonse Baker Carr.

Durò pochi romanzi, nove in tutto. Il pubblico preferì lo scaltro avvocato all’integerrimo pm. Gardner, uomo pratico, lasciò perdere. Perry Mason, evidentemente, funzionava meglio.

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