Giancarlo De Cataldo “Agatha Christie” per la serie “Detective selvaggi” da La Repubblica

 

     La serie: Detective selvaggi

Cheap o chic? L’ultimo mistero di lady Agatha

 

di GIANCARLO DE CATALDO

La seconda guerra mondiale sta finendo quando Edmund Wilson, forse il più celebre critico letterario americano del tempo, pubblica sul New Yorker un acido articolo dal titolo: “Chi se ne frega di chi ha ucciso Roger Ackroyd”. Il signor Ackroyd è il protagonista di un famoso romanzo di Agatha Christie: la storia, rivoluzionaria per l’epoca, di un delitto raccontato in prima persona dal suo autore. La tesi di Wilson è piuttosto radicale: con tanti bei libri da leggere perché perdere tempo con questa spazzatura? Per di più, visto che c’è ancora una guerra, e la carta scarseggia, riserviamone l’uso per opere più degne delle amene fantasie della Christie. A Wilson, la Christie, con ogni evidenza, non piaceva. Né come scrittrice, perché scriveva male, né per i temi trattati: secondo lui, in quanto icona di un genere basato sull’intrattenimento, rappresentava una vera e propria arma di distrazione di massa, e le sue storie servivano a distogliere l’attenzione di intellighenzia e popolo dai temi più seri, come la questione razziale.

Il dibattito, oltre settant’anni dopo, è ancora aperto. È lecito chiedersi se la Christie sia stata grande o mediocre autrice. Il successo, per contro, è indiscutibile, e perdura nel tempo, come attestano i due miliardi di copie vendute nel mondo (secondo le stime più diffuse), le pagine Google (oltre 50 milioni), le continue ristampe, gli adattamenti cinematografici e televisivi delle sue opere più celebri (da Dieci Piccoli Indiani ad Assassinio sull’Orient Express, di recente riportato sul grande schermo da Kenneth Branagh).

Christie, metà inglese e metà americana, tipica signorina di buona, anzi, ottima famiglia, ha trent’anni e un passato da giovane aspirante “belcantista” quando, nel 1920, crea il personaggio di Hercule Poirot. È costui un esule belga, grassoccio, piccolo, impomatato, pieno zeppo di tic, e ancora incerto nella pronuncia della lingua inglese. L’idea, racconta la Christie nell’autobiografia, le viene dalla presenza, accanto alla sua dimora, di una colonia di profughi belgi (sono gli anni della Prima guerra mondiale): è da lì che deriva quell’aura di inconfondibile esotismo che marca le più rocambolesche imprese di Poirot. Un detective che ha girato il mondo e che dal vagabondaggio deriva una dolente visione dell’umanità: chiunque è capace di commettere un delitto, qualunque tipo di delitto, perché il male alberga in ciascuno di noi, e nessuno ne è immune. A un certo punto, già celebre, la scrittrice scompare per undici giorni. La cercano per mari e monti, viene fuori che ha scoperto di essere stata tradita dal marito, un ufficiale. Temono il suicidio. La ritrovano in un alberghetto: si era registrata sotto il nome dell’amante del fedifrago consorte. Poco dopo, nasce Miss Marple. L’altra sua creatura: quanto di più inglese si possa immaginare. Zitella, austera, grande esperta di pizzi, trine e torte alle mele, vive in un piccolo villaggio, St. Mary Mead (Santa Maria al Ruscello, nelle irresistibili traduzioni del ventennio fascista, quando la lingua della perfida Albione era guardata con sospetto), dal quale non si è mai mossa. E se Poirot deriva le sue capacità investigative dalla conoscenza del mondo, Miss Marple, al contrario, risolve i casi perché non esiste tipo umano che non possa essere ricondotto a un abitante di St. Mary Mead. Dove, verrebbe da dire ironicamente, si affollano criminali ansiosi di essere smascherati dalla terribile vegliarda. Il male, per Poirot, è diffuso, e spesso nasce dall’incapacità di governare le passioni, mentre per miss Marple l’origine sta sovente in una qualche deviazione dall’ordine naturale delle cose. Per questo i cattivi del villaggio sono, spesso, stranieri, o provengono da una classe sociale inferiore. Poirot figlio di un’Europa inquieta, divisa allora — come oggi qualcuno vorrebbe — al punto da scatenare due guerre. Miss Marple sicura elettrice pro-Brexit. Poirot più progressista, miss Marple conservatrice, entrambi profondamente pessimisti, come, ad onta dei finali quasi sempre rassicuranti, pessimista è la visione del mondo della Christie.

Non risulta che la scrittrice abbia mai risposto a Edmund Wilson.

Che, probabilmente, non aveva niente di personale contro la Christie. La sua era, piuttosto, la reazione sdegnata del paladino dell’alta cultura al dilagante successo della letteratura di massa, della quale la scrittrice era diventata l’emblema. Avrebbe però risposto a Wilson, anni dopo, un laico e amabile Giuseppe Petronio, il critico che più di chiunque altro in Italia ha studiato, nel secolo scorso, la letteratura popolare: «Tutte le volte che scrivo di queste cose mi salta su un’anima pia preoccupata della letteratura e della mia buona fama. Ma allora, si costerna, Agatha Christie e Manzoni li mettiamo su uno stesso piano? E io a spiegare che no, e che dire che tutti e due hanno fatto letteratura non significa assegnargli lo stesso valore. Il giallo mi affascina, per tante e tante ragioni, ma i gialli, i singoli gialli, sono libri come gli altri, e ce ne sono di stupidi e di intelligenti, di problematici e di piatti, di belli — cioè di riusciti — e di brutti — cioè di mancati. Come è di tutti gli altri libri, compresi quelli di critica».

3. Continua

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