Fred Uhlman “L’amico ritrovato”

 

Fred Uhlman “L’amico ritrovato”

Feltrinelli, pagine 96, 2012

Su laFeltrinelli in cartaceo  5,95 euro e in ebook 6,99

Dalla quarta di copertina

“Tutto ciò che sapevo, allora, era che sarebbe diventato mio amico” Germania, 1933. Due sedicenni frequentano la stessa scuola esclusiva. Uno è figlio di un medico ebreo, l’altro è di ricca famiglia aristocratica. Tra loro nasce un’amicizia del cuore, un’intesa perfetta e magica. Riuscirà a non essere spezzata dalla Storia? Racconto di straordinaria finezza e suggestione, “L’amico ritrovato” è apparso nel 1971 negli Stati Uniti ed è poi stato pubblicato in tutto il mondo con unanime, travolgente successo di pubblico e critica; è poi stato pubblicato in Inghilterra, Francia, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Spagna, Germania, Israele, Portogallo. Ovunque lo stesso entusiasmo della critica. “Un’opera letteraria rara”, l’ha definito George Steiner sul New Yorker, “Un capolavoro”, ha scritto Arthur Koestler nell’introduzione all’edizione inglese del 1976. “Un libro che assilla la memoria… una gemma”, “Un racconto magistrale”, hanno fatto eco The Sunday Express e The Financial Times di Londra. E infine Le Monde di Parigi: “Uno dei testi più densi e più puri sugli anni del nazismo in Germania… Tra i romanzi più belli che si possano raccomandare ai lettori, dai dodici anni in su. Senza esitazione.

L’introduzione di Arthur Koestler all’edizione inglese del 1976

Qualche anno fa, quando lessi per la prima volta L’amico ritrovato di Fred Uhlman, scrissi all’autore (che allora conoscevo solo come pittore) dicendogli che consideravo il suo libro un capolavoro minore. Quest’aggettivo richiede forse qualche parola di spiegazione. Esso, infatti, si riferisce alle dimensioni ridotte dell’opera e all’impressione che, nonostante tratti della più atroce tragedia della storia umana, è scritta in un tono minore, pieno di nostalgia. Dal punto di vista del formato, “L’amico ritrovato” non è né un romanzo né un racconto, ma una novella, forma letteraria più apprezzata sul continente che qui. Pur essendo priva della complessità strutturale e delle qualità panoramiche del romanzo, differisce dal racconto, in quanto quest’ultimo si articola generalmente attorno a un unico episodio, a un frammento di vita, mentre la novella aspira ad essere qualcosa di più completo: un romanzo in miniatura. Fred Uhlman raggiunge mirabilmente il suo scopo, forse perché i pittori sanno adattare la composizione alle dimensioni della tela, mentre gli scrittori, sfortunatamente, dispongono di una quantità illimitata di carta. Uhlman riesce anche a dare alla narrazione una qualità musicale che è al tempo stesso lirica e ossessiva. “Le mie ferite” dice Hans Schwarz, il protagonista, “non sono guarite e ogni volta che ripensa alla Germania è come se venissero sfregate con del sale.” Tuttavia i suoi ricordi sono intrisi di desiderio: il desiderio di “colli azzurrini di Svevia, pieni di dolcezza e di serenità, coperti di vigneti e incoronati di castelli” e della “Foresta Nera, dove i boschi scuri, odorosi di funghi e di resina, che colava dai tronchi in lacrime ambrate, erano intersecati da torrenti ricchi di trote, sulle cui rive sorgevano le segherie.” Il personaggio è costretto a fuggire dalla Germania, i suoi genitori sono spinti al suicidio, e tuttavia il gusto che resta, dopo la lettura della novella, è la fragranza del vino locale, assaporato nelle locande di legno scuro situate sulle rive del Neckar e del Reno. Non c’è nulla del furore wagneriano, qui; anzi, è come se Mozart avesse riscritto Il crepuscolo degli dei. Centinaia di grossi volumi sono stati scritti sul tempo in cui i corpi venivano trasformati in sapone per mantenere pura la razza ariana, tuttavia credo sinceramente che questo smilzo volumetto troverà una sua collocazione duratura negli scaffali delle librerie. Arthur Koestler Londra, giugno 1976

Come inizia

“Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito. Ricordo il giorno e l’ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione. Fu due giorni dopo il mio compleanno, alle tre di uno di quei pomeriggi grigi e bui, caratteristici dell’inverno tedesco. Ero al Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, il liceo più famoso del Württemberg, fondato nel 1521, l’anno in cui Lutero comparve davanti a Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna. Ricordo ogni particolare: l’aula scolastica, con le panche e i banchi massicci, l’odore acre, muschioso, di quaranta pesanti cappotti invernali, le pozze di neve disciolta, i contorni bruno-giallastri sulle pareti grige in corrispondenza del punto in cui, prima della rivoluzione, erano appesi i ritratti del Kaiser Guglielmo e del re del Württemberg. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a vedere le schiene dei miei compagni, molti dei quali sono morti nelle steppe della Russia o nelle sabbie di Alamein. Risento ancora la voce stanca e disillusa di Herr Zimmermann che, condannato all’insegnamento a vita, aveva accettato il suo destino con triste rassegnazione. Aveva il volto pallido e i capelli, i baffi e la barbetta a punta erano striati di grigio. Guardava il mondo attraverso gli occhiali a pince-nez che teneva appoggiati sulla punta del naso con l’espressione di un cane randagio in cerca di cibo. Anche se non doveva avere più di cinquant’anni, a noi pareva che ne avesse ottanta. Lo disprezzavamo perché era buono, gentile e aveva addosso l’odore dei poveri – molto probabilmente il suo appartamentino bicamere non era dotato di bagno – e anche perché in autunno e nei lunghi mesi invernali indossava un abito lustro, verdastro e rappezzato (possedeva un altro vestito, che portava in primavera e in estate). Lo trattavamo dall’alto in basso e, a volte, anche con crudeltà, la crudeltà codarda che i ragazzi in buona salute mostrano spesso nei confronti dei deboli, dei vecchi e degli indifesi”.

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