Detective selvaggi “Maigret” di Giancarlo De cataldo da La Repubblica “La Serie”

Maigret o l’arte noir della lentezza

di GIANCARLO DE CATALDO

Non è onnisciente come gli investigatori inglesi, né adrenalinico come quelli americani. Ma il commissario di Simenon incarna il vero spirito del genere.

I critici gli attribuiscono delle patenti di nobiltà, ma si sbagliano, perché il romanzo poliziesco non ha nulla a che vedere con la letteratura».

Per paradossale che possa apparire, la citazione è di Georges Simenon. Uno dei massimi autori di polizieschi di sempre. Simenon, si dirà, amava scherzare. Della sua più famosa creatura, il commissario Maigret, scrisse che si faceva un punto d’onore della sua incapacità di pensare, un vanto della mancanza di idee. Maigret uomo taciturno, tenace e privo di guizzi, tutto l’opposto dell’eroe bizzarro o del genio pomposo che, sino agli anni Trenta, il modello di detective story all’inglese aveva imposto. Ma non si può nemmeno escludere che Simenon pensasse davvero a Maigret e alla serie che lo vede protagonista come alla parte non centrale della sua sterminata produzione narrativa: circa 450 romanzi pubblicati con oltre venti pseudonimi, un complesso monumentale che non si esaurisce certo negli “appena” settantacinque romanzi e ventotto racconti del corpulento commissario. Ed è ipotizzabile che, al pari di altri autori prolifici, Simenon fosse più orgoglioso dei suoi romanzi non di genere, alcuni dei quali davvero magnifici (L’uomo che guardava passare i treni, La neve era sporca, Il borgomastro di Furnes, Cargo).

Tematiche, o, se si preferisce, rovelli interni di un grande autore, che lasciano del tutto indifferenti le legioni di lettori che da quasi un secolo amano Simenon, e in particolare Maigret. Merito della scrittura, sicuramente, ma anche delle innumerevoli versioni cinematografiche e televisive.

Maigret è stato interpretato negli anni, fra gli altri, da Jean Gabin, il più filologico con quella sua aria burbera e maledettamente francese molto fedele all’originale; da Gino Cervi e Bruno Cremer, quasi due facce della stessa medaglia attoriale, volti corrucciati e gestualità lenta che stempera la ruvidità di fondo del personaggio (dopo tutto parliamo di un bambino rimasto presto orfano che ha dovuto faticare per farsi strada nella vita) con un’innegabile carica umana, più mediterranea e incline al borbottio in Cervi, più algida e sofferta in Cremer; da un insospettabile Rowan Atkinson, Mr. Bean piegato al poliziesco, nervoso, compiutamente etico, magro e pertanto più moderno, sulla falsariga di un modello del quale era stato precursore il nostro Sergio Castellitto. Tutti impegnati a far rivivere le atmosfere di una casa dove Maigret e signora condividono una solida complicità imbevuta del silenzio delle coppie senza figli, il commissariato con i collaboratori — galoppini, il bicchierino alla brasserie di place Dauphine, gli scenari di una Parigi ora brumosa ora assolata e dell’eterna “douce France” provinciale, luoghi che la pagina e le immagini reinventano e ci restituiscono arricchiti e sovraccarichi di simboli. Una Francia che, da allora, è anche, ai nostri occhi, la Francia di Maigret. Niente male, per uno straniero — dopo tutto, Simenon era belga — farsi accettare come cantore ufficiale dalla patria dello sciovinismo. Ma è pur vero che la Parigi nera “che più nera non si può”, in quegli stessi anni, la raccontavano Léo Malet da Montpellier e Frédéric Dard, quello di Sanantonio, che veniva dall’Alvernia. Come dire che per reinventare e mitizzare un luogo non è necessario esserci nati: la cultura della zolla, per fortuna, in letteratura non è sovrana.

Ma più di tutto, ciò che brilla è il celeberrimo metodo Maigret, che consiste nel non avere alcun metodo: guardare, osservare, mimetizzarsi con l’ambiente, lasciarsene penetrare, compenetrarsi, diventarne parte, e infine far propria l’occasione decisiva e risolvere il caso.

Già, il metodo di Maigret, al quale Leonardo Sciascia avrebbe dedicato un intelligente scritto, confessando di sognare da sempre una polizia alla Maigret: intelligente e umana.

Un’altra cosa amava ripetere Simenon: che l’uomo non cambia, ed è dentro il suo cuore che alberga il male.

Maigret è dunque un investigatore asettico, metafisico, indifferente alla vita reale? Certo il commissario non lancia proclami, e non lo si vedrà mai abbozzare giustificazioni “sociali” per i delitti che egli si limita a ricostruire. Eppure, nato nel ’29, lo stesso anno della crisi di Wall Street, Maigret sta al giallo europeo come Sam Spade a quello americano: riporta il delitto nella sua sede naturale — la realtà della strada — espellendolo da quelle «dimore borghesi, frementi in attesa dell’assassino sconosciuto come una vecchia libidinosa freme in attesa del suo spasimante» delle quali sarcasticamente parlava Walter Benjamin. Il senso ultimo bisogna cercarselo nelle pieghe delle avventure di Maigret, spesso più profonde e cattive di come la scorrevolezza della scrittura ce le fa apparire. Perché un senso ultimo c’è, e forse una citazione dello stesso Simenon può autarci a decifrarlo: «Il 90% delle persone sono schiavi (…) che non si accorgono di essere sfruttati da una piccola minoranza (…) che non rappresenta nemmeno il 10% della popolazione. Anche i nostri uomini politici, che lo sappiano o meno, sono completamente e assolutamente ai piedi di qualche trust che domina tutto e tutti».

vai al secondo articolo della serie “Detective selvaggi” su Agatha Christie

oppure

all’articolo di Giancarlo De Cataldo su Poe

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