Da La Repubblica Terza Pagina: “Luci della ribalta” recensione

Ritratti di signore. La prima, Mary Pickford, è una star incoronata dai boccoli che porta sugli schermi leggiadri ruoli infantili e adolescenziali. Splende a tal punto la sua innocenza da farle attribuire soprannomi quali la “Fidanzata d’America” e la “Ragazza con i Riccioli”. La seconda, Frarices Marion, plasma come sceneggiatrice i personaggi di Mary valorizzandone il tenero charme. Meritevoli entrambe di premi Oscar e di un numero elevato di mariti invidiosi, le due eroine fioriscono nell’epoca d’oro de lcinema muto, costituendo una ditta acclamatissima tra gli anni Dieci e i Venti. È un periodo in cui le donne, paradossalmente, sembrano molto più potenti di adesso, facendo le impresarie di sé stesse e affermando con assertività le proprie idee.

Giunge a riesumare le due gloriose figure, capaci di trovare le chiavi dei rispettivi successi in una profonda intesa, il libro Luci della ribalta (edito da Neri Pozza e tradotto da Alessandro Zabini), che in parte le dipinge sulla base di documenti originali e in parte le reinventa in un’ottica di fiction. Firma il romanzo, -intitolato come il leggendario film di Chaplin – una delle celebrità che dominano la narrazione – l’americana Melanie Benjamin, già autrice del bestseller I cigni della Quinta Strada.

Nata a fine Ottocento a Toronto e morta nel 1979 a Santa Monica, Mary Pickford viene immessa nell’icona fancìullesca adorata dal suo pubblico proprio dalla complice Frances Marion, talmente legata a lei da accornpagnarla persino nel suo viaggio di nozze con l’attore Douglas Fairbanks, secondo consorte di Mary e popolare Zorro degli anni Venti.

L’apporto di energie fra le due amiche è reciproco: Frances scopre infatti il proprio talento nella sceneggiatura grazie agli stimoli e alla protezione di Mary, che la introduce nei circuiti decisivi della nascente industria hollywoodiana. Luci della ribalta immagina che sia Frances, scrivendo in prima persona, a delineare un percorso a ritroso ricco di aneddoti sugli albori del cinema, come stilando un diario basato sui suoi flashback. Di fatto, nella realtà storica, alla californiana Frances Marion (1888·1973), dobbiamo le sceneggiature di oltre centocinquanta film, tra cui svariati western. Specialista di affreschi sulla violenza americana, Frances scansa il pregiudizio che assegna alle penne femminili solo la costruzione di plot sentimentali.

Quando scoppia la Grande Guerra è la prima donna inviata come giornalista al fronte, da cui redige corrispondenze ardite e brillanti. Nel cinema non si dedica solo alla Pickford, ma confeziona film per Rodolfo Valentino, Greta Garbo e Lillian Gish. Nota per la sua indipendenza dalle gerarchie produttive, molla la professione a causa dell’irrigidito sistema degli Studios, dove il lavoro si è fatto parcellìzzato e controllato.

Malinconica è la progressiva sorte di Mary Pickford, idolo delle folle statunitensi in gioventù, incarnazione di valori patriottici durante la guerra e angioletto destinato a non crescere. Dopo gli esordi precoci in teatro, Mary si tuffa nel cinema dal 1909, animando cortometraggi diretti soprattutto da David W. Griffith, capo della Bìograph Company, di cui la piccina diviene la massima attrazione. Spesso, recitando, ha accanto l’attore Owen Moore, che sposa nel 1911, un paio d’anni dopo conquista l’ingaggio del produttore Adolph Zuckor che la lancia nel formato dei lungometraggi, ottenendo trionfi clamorosi. Ora Mary si può permettere di dettar legge e scegliere le trame. Nel suo team esige la fidata Frances, in grado di crearle su misura un’ampia galleria di ruoli che include la trovatella di Thefounding(1916), la bimba perseguitata e straziante di The Poor Little Rich Girl (1917) e la solare Pollyanna (1920). Con Griffith, Chaplin e Douglas Fairbanks, l’uomo per cui lascia Owen, Mary fonda nel ’20 la United Artists, e a fianco del nuovo coniuge forma la coppia dei cosiddetti “reali di Hollywood”. La loro residenza a Beverly Hills s’illumina di cene che accolgono George Bernard Shaw, Albert Einstein, Francis Scott Fitzgerald e Sir Arthur Conan Doyle. Ma con l’avvento del sonoro, distruttivo per molti attori, la carriera di Mary prende a inabissarsi. Inoltre la diva ha ormai acquisito una maturità d’aspetto che rende ridicole le sue interpretazìonì bamboleggianti.

Alla fine del racconto di Luci della ribalta Frances Marion, con cui Mary aveva bisticciato sul set della loro ultima collaborazione, il film Segreti (1933), va a vistare l’alleata di un tempo dopo anni  di rancoroso silenzio. Siamo nel 1969. Chiusa nel suo mausoleo da Viale del Tramonto, l’America’s Sweetheart d’inizio Novecento è divenuta un’ubriacona grinzosa che affoga nel gin e nei ricordi.

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