Da La Repubblica Terza Pagina: “Così il romanzo salverà l’Europa” di Paolo Rumiz

di PAOLO RUMIZ

Che narrativa per l’Europa? Con quale linguaggio opporsi alla retorica etno-nazionalista? Un tema più per scrittori che per politici, e l’idea di affrontarlo è partita da un incontro, qualche mese fa a Trieste, col presidente della repubblica austriaca, Alexander Van der Bellen.

Bisognava, si è detto, sperimentare un vocabolario nuovo per far uscire l’Europa dall’area dello sbadiglio e dalla recriminazione. La casa editrice Feltrinelli ha messo a disposizione una rosa di autori ed è nato un evento, letterario e non solo, nella cornice barocca della Hofburg, il palazzo imperiale di Vienna. Davanti a un bel pubblico e allo stesso Presidente, che ha seguito i lavori fino alla fine, hanno parlato Johnatan Coe (Inghilterra), Jens Christian Groendal (Danimarca), Robert Menasse (Austria), Marta Sanz (Spagna) e chi scrive per l’Italia.

Un incontro cui ne è seguito un secondo, sul linguaggio del populismo in Europa. Due corni dello stesso problema.

Riparte da Vienna dunque la narrativa per l’Europa. E lo fa cominciando dai cittadini europei di domani, i bambini, e dalla forma più antica di racconto, la favola. L’embrione del mito. Come? In una classe elementare provate a disegnare sulla lavagna uno schizzo d’Europa, elencando poi i pericoli che la circondano, dagli appetiti delle grandi potenze al terrorismo al riscaldamento climatico. Alla fine chiedete se è meglio separarsi o stringere alleanze. Tutti diranno: «Meglio stare assieme!», con molto più buon senso degli adulti. «La narrativa — per Van Der Bellen — può influenzare eccome la politica. Libri come “La capanna dello zio Tom” hanno cambiato l’America». Può succedere ancora? Sì, per Marta Sanz, «a patto che lo scrittore non si riduca a giullare del mercato e navighi controcorrente, illumini come uno speleologo gli angoli bui della società, per essere l’ascia che spezza la banchisa».

«Sì — obietta Coe — ma c’è sempre il rischio di rispondere a paure con altre paure o, peggio, ricopiare le parole della Destra.

Se c’è una cosa che possiamo imparare da Brexit, è non usare linguaggi semplificati, ed evitare i referendum, perché mettono il popolo davanti a false alternative, così come è accaduto a Londra». Groendal ricorda che, a questo scopo, non serve inventare nulla, perché in letteratura c’è già tutto. C’è lo stupro di Europa e il mare che essa attraversa con paura; c’è il naufrago che ha perso tutto, Ulisse; c’è Nausica che accoglie il forestiero sconosciuto.

Da Robert Menasse, autore impegnato sul fronte dell’Unione, parte un appello alla mobilitazione degli scrittori.

«Tutte le volte che parlo di Europa, sento la commozione della gente. C’è un vuoto narrativo enorme, che è non è difficile riempire. Basta dire che mai nella storia abbiamo avuto tanti problemi in comune fra le nazioni e che l’Europa è l’unica istituzione che ha saputo opporsi allo strapotere di Amazon, Google o Microsoft. Spiegare che Bruxelles è piena di lobbisti delle multinazionali, che hanno come unico scopo bloccare la crescita dell’unità del Continente.

Smontare la bugia che l’unica difesa in questo caso è la nazione. È una clamorosa frode elettorale». Sì, ma su quale lunghezza d’onda muoversi? Un panel di scrittori può riempire i teatri di gente che la pensa allo stesso modo, ma non entra nella pancia di una società dove il linguaggio razzista si espande sottotraccia. «Lo scrittore — facciamo notare — non deve chiudersi nei caffè ma sporcarsi le scarpe, uscire dal mondo delle idee e dei dibattiti ad alto livello, entrare nelle banlieue dimenticate, dare voce a chi non ce l’ha, cercare la parte buia della società, capirne le paure, colmare il vuoto di ascolto spalancato dal collasso delle sinistre».

Che serva un salto di qualità lo dicono anche gli analisti che hanno esplorato le destre. È la sorpresa dell’ incontro, organizzato dal “Forum für Journalismus und Medien” di Vienna, che affronta i diversi casi di nazioni dove la destra ha sfondato. Ma anche qui l’urgenza di trovare un linguaggio antagonista appare chiara a Susi Meret (Danimarca), Antonie Rietzschel (Germania), Lorenzo Pregliasco (Italia), Guillaume Duval (Francia), Iveta Radicová (Slovacchia), Sawomir Sierakowski (Polonia) e András Bozóki (Ungheria). Per alcuni serve narrare con fierezza la democrazia come base identitaria dell’Europa. Ma guai sostituire l’antagonismo destra-sinistra con quello fra società aperta e società chiusa. O, peggio, contrapporre le “buone notizie” alla retorica di pessimismo e recriminazione.

Un esercizio perdente, che ripropone i tragici errori di Weimar. La destra va combattuta politicamente. «L’importante è non adeguarsi», taglia corto la polacca Luiza Bialasiewicz. Va spezzata la dicotomia vittimista fra popolo ed élite che autorizza personaggi come Salvini a proclamarsi “capo” e allo stesso tempo “popolo”. Dobbiamo smontare le metafore della paura, che sdoganano risposte emergenziali e antidemocratiche. «Insomma, che gli scrittori si mettano al lavoro, perché il loro tempo è arrivato».

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