Cristina López Barrio (Bella Linardi) “Nebbia a Tangeri” La Lettura Il Corriere

di JESSICA CHIA

 

Una notte di passione a Madrid finisce con un furto. La protagonista insegue quella passione fino a Tangeri. Dove siamo stati con Cristina López Barrio, che qui ha ambientato il nuovo romanzo.

Madrid è gelida quel 12 dicembre 2015. Tira un vento forte. Flora Gascón rientra di soppiatto a casa: erano anni che non si sentiva così. Viva. Nei vestiti ancora l’odore dell’amante di una notte; di lui conosce solo il nome, Paul, e due oggetti che gli ha rubato: un libro, Nebbia a Tangeri, e un ciondolo con un nome: «Alisha».

Anche a Tangeri, nel Marocco del nord, tira un vento gelido. È il 24 dicembre 1951. Quella notte una nebbia densa arriva dal mare e si porta via per sempre Paul Dingle, sbarcato pochi anni prima da un misterioso mercantile proveniente dalla Malesia. È la storia che l’amante, Marina Ivanovna, racconta nelle sue memorie. Ed è la stessa storia che Flora legge nel romanzo rubato al «suo» Paul che, come il protagonista, scompare in una notte di vento nella capitale spagnola.

Si basa su un intreccio narrativo tra realtà e finzione Nebbia a Tangeri (in libreria per DeA Planeta da martedì 16 ottobre), sesto libro della spagnola Cristina López Barrio, finalista del Premio Planeta 2017 con lo pseudonimo Bella Linardi (i nomi delle sue protagoniste). Nata e cresciuta a Madrid, López Barrio ha un forte legame con la città di Tangeri, che ha prestato il corpo — e l’anima ventosa — al suo romanzo. Come la protagonista Flora, l’autrice — avvocato per 13 anni prima di dedicarsi alla scrittura — conosce per la prima volta la città che si affaccia sullo stretto di Gibilterra quando ha vent’anni: «Sono tornata a Tangeri quasi vent’anni dopo — racconta la romanziera mentre cammina in quel guscio di vicoli che formano il cuore della città portuale — e sono rimasta folgorata dalla sua storia: è stata Tangeri a venirmi incontro, a farsi luogo del mio romanzo». Affascinata dall’Oriente, dalle leggende che hanno plasmato questa «terra di luce accecante», López Barrio ambienta qui la sua storia, che senza la città non potrebbe vivere.

La narrazione si svolge su due piani diversi, «in una struttura a scatole cinesi»: le vicende di Flora e la storia che lei legge in Nebbia a Tangeri, ovvero le memorie in prima persona di Marina Ivanovna, raccolte dalla scrittrice marocchina Bella Nur. Nel mezzo un uomo misterioso, Paul, o forse due: Paul e Paul Dingle.

La messa a fuoco psicologica è tutta su Flora Gascón: quarantenne, un matrimonio che la fa sentire sepolta in una tomba, il desiderio di una maternità che non arriva, un lavoro che odia. Flora ha bisogno di fuggire, da sé stessa, da quella vita che non le appartiene. «Sei stata a letto con il personaggio di un romanzo?», le chiede Deidé, la psicologa che la segue via Skype quando l’amica le annuncia che sta per volare in Marocco, alla ricerca di un uomo che nemmeno conosce, ma che ha troppe cose in comune con il protagonista del libro che gli ha rubato.

Flora inizia la sue ricerche, sotto pseudonimo (si fa chiamare con il cognome della nonna, Flora Linardi, morta a sessant’anni per amore): scopre che un tale Paul Dingle è realmente scomparso da Tangeri nel 1951. Dal suo albergo — «ho scelto l’hotel Nord Pinus perché prima era una riad, l’abitazione tradizionale marocchina della kasbah, il centro storico», racconta Cristina — la protagonista porta avanti «un’indagine letteraria». Scopre che l’autrice di Nebbia a Tangeri è ancora viva e che ogni giorno, alle cinque, va a Villa Josephine, un hotel in stile britannico, a bere cioccolata calda, tipica abitudine delle donne berbere. «È un edificio del Novecento — spiega Cristina seduta sui velluti verdi del salotto da tè, mentre sorseggia, come Bella Nur, la sua cioccolata — appartenuto anche a Walter Burton Harris, viaggiatore che ispirò la figura di Indiana Jones». E qui Flora la incontrerà: vuole scoprire fino a che punto è reale il personaggio di Paul Dingle. E vuole capire perché l’anziana scrittrice ha riconosciuto il ciondolo che porta al collo, quello con su scritto «Alisha».

Tra queste due realtà — quella di Flora e quella di Bella Nur — ci sono le memorie di Marina Ivanovna e il ricordo del suo grande amore Paul Dingle. La storia di questa donna è la storia della città.

Marina nasce negli anni Venti quando la città è Zona internazionale di Tangeri (dal 1923, con la fine della Seconda crisi marocchina, al 1956, anno dell’annessione al Marocco). In questi anni la città vive nella neutralità politica e militare sotto un governo internazionale composto da Francia, Gran Bretagna e Spagna, e diventa rifugio di artisti e intellettuali della Beat Generation (a Paul Bowles, che a Tangeri muore nel 1999, è dedicato un museo nella Medina). Marina è figlia di un matrimonio misto: la madre è ebrea sefardita e il padre un cristiano ortodosso russo, convertito per amore; ripudiati dalla famiglia di lei, vivono fuori dalle porte della città e la bambina viene allevata dalla tata Ankara, una donna della regione del Rif, che ogni notte la addormenta leggendo le sure del Corano.

Tutto quello che Marina vive negli anni della Tangeri internazionale lo ripercorriamo con Cristina: il Gran Socco, la piazza del mercato (oggi Place du 9 avril 1947, che deve il suo nome all’arabo souq) con le spezie, le piramidi di olive, gli odori gradevoli e quelli sgradevoli, il canto del muezzin che richiama alla preghiera: «Tangeri è una città sensoriale». È qui che Marina conosce Samir, il bambino orfano con un solo occhio verde che ai passanti «vende sogni» (uova di uccelli magici, code di lucertole come amuleti) e con il quale, da grande, avrà una relazione tormentata: «Il personaggio di Samir è ispirato ai racconti orali delle donne del Rif». Conosciamo poi il Mimi Calpe, un hotel in stile francese che è lo scenario della casa d’infanzia di Marina, luogo in cui il libro nasce (qui Cristina conosce la storia della città) e in cui viene portata a termine la stesura. In fondo alla Calle Esperanza Orellana c’è il teatro Cervantes, inaugurato nel 1913 con un fastoso ballo in maschera (nel romanzo vi partecipa la famiglia di Marina), dove cantò Caruso. Oggi si affaccia su una via polverosa, in un pietoso stato di abbandono.

E se la storia di Marina è la storia di Tangeri, è però il personaggio di Flora ad assomigliare nel profondo alla città: «Tra loro ci sono molte similitudini — spiega l’autrice — le loro anime si fondono. Tangeri è la porta d’ingresso all’Africa, qui Occidente e Oriente s’incontrano; è una terra di confine, una frontiera». E Flora questo confine (interiore) lo attraversa: non tornerà uguale da questo viaggio.

C’è poi il tema dell’identità che le accomuna: la protagonista si perde nella labirintica Medina («Tangeri è una spirale che si avvolge su sé stessa») e non trova via d’uscita nelle viuzze affollate dai gatti randagi («ci sono gatti ovunque; affacciati ai terrazzi, stesi davanti alle porte azzurre; gatti che si strusciano tra le gambe, che miagolano affamati»). La Medina è come il suo cuore: non trova modo di scappare, di venirne fuori. E simbolicamente, anche Tangeri è una città che ha perso la sua identità e si dibatte tra la nostalgia di un passato glorioso e il nuovo volto di un Marocco indipendente. La sua identità è annacquata e l’emblema di questo — dice Cristina mentre indica il cimitero ebraico Beit Hahayim — è la presenza delle tre culture dominanti che la vivono, arrivate qui all’epoca della città internazionale: ebrei (ashkenaziti, provenienti dalla diaspora nazista, e sefarditi, da quella spagnola del XV secolo), musulmani e cristiani. «Possiamo paragonare la città a una cipolla: strati diversi che hanno fatto di Tangeri il loro centro operativo: contrabbandieri, spie, diplomatici, repubblicani spagnoli esiliati alla fine della Guerra civile». Questi ultimi alloggiavano al caffé Fuentes (come alcuni personaggi del romanzo), nel Piccolo Socco, uno dei ventricoli della kasbah. Il caffé di fronte, il Central, era invece il ritrovo di fascisti italiani e locali: «A Tangeri c’era spazio per tutti».

Ma è il vento costante l’elemento che in assoluto plasma l’anima della città. Qui il vento ha anche un altro nome: si chiama Aisha Kandisha, ed è un essere mitologico, metà donna e metà capra: «È un personaggio riconducibile al folclore degli ebrei sefarditi di Tangeri — rievoca Cristina — quando la notte si alza la brezza, lei si aggira per la città bussando alle porte degli uomini». Sono le donne a invocarla, quelle che vogliono liberarsi di un uomo che ha recato loro dolore, o che le ha maltrattate. L’Aisha Kandisha li cattura e se li porta via per sempre.

Questo è Nebbia a Tangeri: un romanzo di formazione e un romanzo che parla d’amore, nelle sue forme malate. Una storia di leggende e canti. Ma è anche un racconto che gioca con l’arte e con l’esistenza. Perché «quando la creazione è autentica, a un certo punto prende vita».

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