Claire Louise Bennett “Stagno” recensione di Lidia Ravera su tuttolibri La Stampa

Com’è dolce gustare in cucina
il canto del coltello che sminuzza

Una donna scrive il suo diario di vita solitaria in un piccolo cottage sulla costa atlantica nel soliloquio i dettagli s’ingigantiscono, i suoni rimbombano, le piccole cose diventano protagoniste

 

di Lidia Ravera

Io credo nell’anima. Non so dirti che cos’è ma la sento, è una specie di presenza e certe volte vibra molto forte». Ecco, di questo si tratta, in  Stagno di Claire-Louise Bennett, di vibrazioni d’anima, scariche di attenzione parossistica per tutto ciò che è attorno a te e dentro di te. L’autrice, che dalla foto del risvolto di copertina pare piuttosto giovane, è cresciuta nel sud ovest della Gran Bretagna e si è stabilita, poi, a Galway, in Irlanda. Alle domande risponde seria seria, parla pensando, è evidente che lei pure sta cercando di capire se stessa e il suo libro, ha un viso angoloso e regolare, senza un filo di trucco, occhi intensi e malinconici. Non è facile trovare una definizione che delimiti il perimetro in cui si muove la sua scrittura. 

Stagno è un flusso di coscienza diviso in capitoli. Una raccolta di racconti, alcuni brevissimi, altri più distesi, unificati dallo sguardo ipertrofico di un io narrante che dà conto, per piccole illuminazioni progressive, dell’eterna alternanza di estasi e malinconia di chi vive guardando. Scrive Bennett: «I cambiamenti su larga scala infatti non mi suscitavano il minimo interesse, era piuttosto la costanza delle piccole cose ad attrarmi». Parla di sé con incantevole incontinenza, parla di sé come un’adolescente speciale, tutta presa dalla gioia di scoprirsi intelligente. Vive sola (lei come il suo alter ego?) in un cottage ai  margini di un piccolo paese sulla costa atlantica dell’Irlanda. Vive esercitando l’arte sublime dell’attenzione e la applica ad ogni singolo dettaglio. Fiori frutta ortaggi oggetti insetti animali sentimenti sassi legna sapori e amori. 
Scrive: «Tra questi spessi muri di pietra il rumore di un grosso coltello che batte sul tagliere è spesso morbido ed eufonico, mi delizia e mi placa, come un canto acquietante. Altre volte, specialmente la sera sul tardi, l’eco smanioso della lama è più aspro e insistente». Ascolta con passione, Bennett, e la cucina silenziosa si anima di una lingua sconosciuta, l’idioma segreto di una creatura degli interni, tutta presa da quella che era la vita delle donne decenni orsono: «Tagliuzzare, sminuzzare tutto, in una sorta di contratto stupore mattina meriggio e sera, cercando di non prestare alcuna attenzione al mio riflesso nello specchio mentre lavoro». Qualcuno le fa notare che dovrebbe «coltivare bisogni di natura più convenzionale» e allora, quasi obbedendo ad un obbligo, si accoppia con occasionali umani di genere maschile.Resta per tutto il tempo tesa, e allertata come se dovesse curare la telecronaca dell’evento. La sua predilezione per l’ inanimato cede all’ironia, e Bennett guarda se stessa alle prese con «gli altri», come un’entomologa abituata a risparmiare sulla pietà per potersi permettere il lusso della scienza. Strappa le zampette ai suoi partner e le osserva con devota crudeltà, ma è contro i suoi propri dannatissimi automatismi che si scatena: perché non riesce a relazionarsi con gli uomini se non raggiunge un certo tasso alcolico?Bella domanda: «Mi sono presa del tempo,un pomeriggio più inclemente del solito, per rimuginarci in modo pacato e spassionato». La protagonista di Stagno per la maggior parte del tempo è sola, che cosa porta la solitudine alla scrittura?La risposta è lapidaria: «Atmosfera. E l’atmosfera conta più del plot». Infatti, la bellezza e l’originalità di questa raccolta di pensieri messi-in-parole, è proprio nell’atmosfera: un’atmosfera sospesa fra poesia e prosa, fra la precaria improvvisa felicità dei woolfiani Moments of being e una crudele radiografia della goffaggine del vivere che ricorda Jasmina Reza e il suo teatro iper-realista fino all’assurdo. 
La Bennett non ha paura di mescolare una lingua colta e attrezzata a cogliere ogni sfumatura di senso con un «parlato» ad un tempo naturale e teatrale. Il suo Pantheon , che cita con rispettosa passione, è composto da due autrici che amo molto, Clarice Lispector e Jean Rys, e dai due grandi depressi della letteratura europea, Thomas Bernard e Samuel Beckett. Ma, per sua stessa orgogliosa ammissione, non gliene importa poi molto, della tradizione a cui si appoggia. Sul risvolto di copertina si legge che Stagno è la raccolta di prose che Emily Dickinson avrebbe potuto scrivere, avesse deciso di scrivere in prosa. Ma Bennet non ne sarà particolarmente lusingata: non le interessa produrre letteratura, ha dichiarato: «è la vita che voglio mettere sulla pagina».
Ci riesce? Sì, certe volte ci riesce. Quando pare scoprire all’improvviso che «la vita» è  un pozzo senza fondo, nel quale si può scavare all’infinito.

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