Camilla Läckberg “La gabbia dorata” recensione di Luca D’Andrea da La Repubblica Cultura del 24 aprile 2019

Il libro

La gabbia dorata di Camilla Läckberg (Marsilio, traduzione di Laura Cangemi, pagg. 410, euro 19,90)

 

Ma che delusione signora Läckberg…

di LUCA D’ANDREA

Perché non convince “La gabbia dorata”, l’ultimo libro della regina del noir

Camilla Läckberg è indubbiamente una scrittrice di successo.

Metaforicamente parlando, con milioni di copie vendute in tutto il mondo, ogni sua nuova uscita è un rigore a porta vuota. Con il suo nuovo La gabbia dorata (Marsilio, appena uscito e già nella top ten italiana), la scrittrice svedese però ha deciso di ritagliarsi uno spazio in quell’angolo di paradiso per gli scrittori che decidono di “fare il cucchiaio”. Quegli autori cioè che, ad un certo punto della loro carriera prendono il coraggio a due mani e decidono di spiazzare tutto e tutti. La gabbia dorata, infatti,è il tentativo di Camilla Läckberg di uscire dalla sua “comfort zone” e cimentarsi nel gesto d’antologia del Totti nazionale.

In effetti lo spiazzamento c’è tutto. Lo strillo di copertina cerca di inquadrare l’opera definendola un romanzo di vendetta “al femminile”. Così vengono alla mente esempi di scrittrici affilate, crudeli, deliziosamente dure, come Patricia Cornwell, Patricia Highsmith, Fred Vargas (la lista è lunga), che ci hanno ammaliato con capolavori “al femminile” di cui comprendiamo la necessità sin da pagina uno.

Camilla Läckberg invece decide di prendere di petto l’attuale onda delle sacrosante rivendicazioni #MeToo sono riuscite a sconquassare persino l’Accademia di Svezia. Lodevole. Il noir, nella sua accezione più radicale si nutre di questo genere di humus, che è anzi la sua principale ragion d’essere. Fin qui, come diceva una vecchia barzelletta, tutto bene. La narrazione, sviluppata con la consueta scrittura fluida e mai pesante, ci butta subito al centro dell’azione. Faye, la protagonista del romanzo, è alle prese con le macchie di vino amarone che non vanno via dal marmo di Carrara del ripiano della cucina della villa da svariati milioni di corone in cui vive con il suo bellissimo e amatissimo e indaffaratissimo marito (che è a capo di un’azienda fondata da Faye ma che poi lei ha preferito lasciargli pur di fare la “mamma a tempo pieno”); con il di lui calo del desiderio (preferisce la compagnia della pornografia – lo sappiamo perché Faye controlla quotidianamente la cronologia del computer); con le malignità delle altre mogli ultra-chic dell’ultra-chic quartiere in cui abita; con i dieci chili di troppo (non presi a causa della gravidanza, ci tiene a farci sapere, ma per l’infelicità); con una governante che ogni tanto si prende un giorno libero lasciandola sola alle prese con le paturnie della figlia; e con la scoperta delle immancabili corna, con una donna più giovane di lei.

Come direbbe la sposa di Kill Bill: quando è troppo è troppo. Così, Faye decide di vendicarsi. La prima mossa però non è imbracciare una katana, o costruirsi una nuova identità alla Edmond Dantès, ma rifarsi il seno.

Riguardo alla trama sarebbe eccessivo aggiungere altro per non guastare la sorpresa al lettore. Ma è bene spendere due righe sul “messaggio sociale” di cui Camilla Läckberg si fa portavoce. O meglio: sul modo in cui viene veicolato. Nei suoi precedenti romanzi, secondo i dettami della cosiddetta scuola scandinava, il messaggio lo si poteva leggere nelle azioni dei personaggi, nei dialoghi, nella caratterizzazione o nel (sempre sia benedetto) “fra le righe” e per questo risultava arguto, interessante e soprattutto efficace. Qui, invece, è la protagonista che, parlando direttamente al lettore, si lancia in proclami a nome di tutte le donne oppresse del mondo. Con la veemenza di un post Facebook scritto in un momento di astinenza da like.

Ciò che manca è la complessità con cui la scrittrice svedese ci aveva viziati. Tutto è o bianco o nero. Il mondo tratteggiato dalla Läckberg in questa sua ultima fatica è composto da un 50 per cento di donne passivo-aggressive prive di qualsivoglia personalità e un 50 per cento di uomini Cro-Magnon fra il diabolicamente crudele e il diabolicamente stupido. Poi, quando arriviamo alla vendetta vera e propria e l’autrice torna nella zona del noir, c’è il plot. Il piano di rivalsa di Faye è di una pigrizia nella costruzione della trama (visti i precedenti dell’autrice non possiamo davvero imputare buchi narrativi o svolte piovute dal cielo alla sua mancanza di talento, perché di talento ne ha da vendere) da lasciare sbalorditi. Quando si arriva al colpo di scena finale (con una imprecisione sul dna che non si può davvero perdonare) persino un lettore che, come chi scrive, è convinto che il genere debba per forza di cose nutrirsi più di verosimiglianza che di realismo, arriva ad accarezzare il sospetto che tutta questa foga “sociale” altro non sia che un mezzuccio per cavalcare l’attualità al fine di nascondere una palese mancanza di ispirazione. Il Totti del 29 giugno 2000 si tramuta nel Baggio del 17 luglio 1994. Chiudiamo con una nota di ottimismo: dopo una Caporetto arriva sempre una Vittorio Veneto.

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