Autori toscani di oggi: Gigi Paoli “Il rumore della pioggia”

 

 

Gigi Paoli, giornalista fiorentino, in questa pagina d’apertura de “Il rumore della pioggia” pubblicato nel 2016, recensito su tuttatoscanalibri racconta Firenze attraverso i pensieri di uno dei personaggi.

 

 

Lo schiaffo del vento lo colpì.
Poi, fredda e affilata arrivò la pioggia.
E questa sarebbe la città più bella del mondo?
L’uomo scosse la testa ed estrasse il piccolo ombrello che spuntava dalla sua valigetta.
Alzò lo sguardo,
Tutto opaco e grigio. In cielo e in terra. Alle sette e un quarto dì quella mattina di novembre,neanche i turisti si facevano vedere in giro.
Con quel tempo) poi.
Ci mancava pure la pioggia.
E quel piccolo, maledetto ombrello non avrebbe mai impedito che i pantaloni di lì a poco diventassero fradici.
Girò l’angolo sul ponte Santa Trinita e alzò automaticamente la testa incrociando lo sguardo muto della statua della Primavera e il suo collo troppo lungo.
Te l’avevano staccata la testa eh, bella signora?, sogghignò ansimando mentre risaliva il ponte, ai cui angoli campeggiavano le statue delle quattro stagioni.
Tutti i giorni da più di trentanni, lui sfilava accanto alla Primavera, ripescata dall’Arno dopo la guerra come le sue sorelle dì marmo. Lei, però, fu ritrovata senza testa. Solo anni dopo, quando un pescatore la scoprì per caso nel fiume e la riportò a galla, gliela
riattaccarono.
Proprio una bella schifezza come trapianto, pensò.
Come sempre, non degnò di uno sguardo il ponte Vecchio e le sue fìnestrelle illuminate come tante casette del presepe.
Ormai non ci faceva più caso.
Non faceva più caso a tante cose.
Per la verità quasi più a niente, dopo tutti quegli anni passati a fare la stessa strada e lo stesso lavoro.
Quando il vecchio Loris era morto, un paio di anni prima, la vedova aveva pensato di seppellire anche il negozio insieme a quel marito che aveva tanto amato. Il quale, invece amava
solo il negozio.
Ma lui no, non voleva seppellire proprio niente. Quel posto era la sua vita.
E gliel’ aveva detto. «Tecla, non ti preoccupare, continuerò io. Da solo. Sarà tutto come prima, al negozio penserò io.»
C’era voluto un po’, ma alla fine la vecchia Tecla, anche leggermente rimbambita per la verità, aveva acconsentito. I soldi che le arrivavano sul conto corrente tutti i mesi erano una ragione
accettabile per non fiatare, E così il negozio di antichità religiose “Loris Cantini” continuava a vivere.
E anche lui, il commesso continuava a vivere.
A sopravvivere, in realtà.
Che è tutta un’altra cosa.
«Buongiorno Paolo» disse entrando nel bar che portava lo stesso nome del ponte.
«Buongiorno, il solito?»
Il solito.
Caffè senza zucchero, mezzo bicchiere d’acqua naturale a temperatura ambiente.
Mezzo però,
Così non lo pagava.
«Ha visto ieri sera? S’è vinto, Siamo primi. Forse l’è l’anno bono per vincere qualcosa, questo…» abbozzò il barista tentando di fare conversazione con quello che, vista l’ora, era l’unico cliente del locale.
L’uomo sorrise. «Siamo forti, siamo forti.»

Pagò usci.
Erano anni che tutte le mattine prendeva il caffè nel solito bar e quel demente non aveva ancora capito che del calcio non gliene poteva importare di meno.
Ma annuiva e sorrideva. Il commesso perfetto.
Proprio per quello, il vecchio Loris l’aveva sempre voluto al suo fianco.
Bè, non solo per quello; più che altro perché vedeva tutto e parlava poco, quasi mente.
Tantomeno delle partite di calcio.
S’incamminò lungo via Maggio, la famosa strada degli antiquari, il gioiello dell’Oltrarno. Gioiello?
Sarà anche stata un gioiello, pensò, ma adesso sembra più bigiotteria.
Una strada lunga lunga e stretta stretta, ma non stretta abbastanza da impedire al Comune di far parcheggiare le macchine da un lato e far passare gli autobus dall’altro.
Sarebbe stata anche bella davvero. Peccato fosse una camera a gas per via del traffico che, a ogni ora del giorno e della notte, faceva tremare le vetrine dei negozi e le finestre delle case.
Nel Cinquecento la chiamavano “via Maggiore” quando le grandi famiglie nobili fiorentine facevano a gara per costruire il palazzo più imponente, più austero. Insomma, facevano a gara a
chi ce l’aveva più grosso, il palazzo.