Articolo da La Repubblica Cultura di Giancarlo De Cataldo

Non basta Poe per fare un giallo ci vuole Marx

 

di GIANCARLO DE CATALDO

Mentre usciva il “Manifesto del partito comunista”, lo scrittore americano creava il suo Dupin, padre di tutti i detective. Aveva capito che il mondo era cambiato: borghesia e opinione pubblica chiedevano un nuovo genere.

Qualcuno commette un delitto e cerca di farla franca. Qualcun altro indaga per assicurarlo alla giustizia, a volte riuscendovi, altre fallendo. Il delitto accompagna l’essere umano sin dalla notte dei tempi e non c’è narrazione intorno al delitto che non sia riconducibile a questo schema primordiale: delitto — indagine — soluzione.

C’è chi rintraccia le origini nella Bibbia — siamo tutti, in definitiva, progenie di Caino, dal momento che proprio il fratricida, scacciato dall’Eden, fondò la prima città — e chi le fa risalire alla tragedia greca, o alle Mille e una notte, o alle avventure dei giudici-poliziotti cinesi. Il dibattito è aperto, e forse ozioso. Ma su un punto l’accordo è unanime: il romanzo giallo moderno che da quasi due secoli si legge, si ammira o si odia, comunque si consuma in tutto il mondo, nasce a metà dell’Ottocento ad opera di un giovane e geniale poeta, giornalista, scrittore nativo di Boston, di nome Edgar Allan Poe. Quando, nel 1841, pubblica un lungo racconto dal titolo I delitti della via Morgue, Poe è un ragazzo irrequieto. Nato a Boston e presto orfano di due attori girovaghi, è allevato da un mercante sensibile di Richmond, ripetutamente espulso per indisciplina da scuole e accademie militari, segnato da amori sfortunati e talora tragici. I racconti gli danno fama e fortuna, ma l’assoluta mancanza di senso pratico gli fa perdere rapidamente tutto. Poe muore a quarant’anni per cause mai del tutto chiarite: forse l’etilismo, forse l’epilessia, forse il morso di un animale rabbioso, forse era stato sequestrato e drogato di whisky per farlo votare più volte in qualche elezione, secondo un costume in voga al tempo. Sta di fatto che Poe muore in quel fatidico 1849 che vede l’Europa all’indomani della spallata rivoluzionaria del Quarantotto e Marx ed Engels danno alle stampe il Manifesto. La borghesia scalpita per conquistare il ruolo che le compete a spese del vecchio ordine. È solo questione di tempo.

Il grande cambiamento è nell’aria.

Nel frattempo, da Torino a Londra, passando per Vienna e Parigi, gli Stati emergenti e i vecchi imperi inventano la moderna polizia e il monopolio del controllo sociale e della repressione del crimine è sottratto alle squadre e squadrette di vassalli e signorotti e consegnato una volta per tutte all’autorità centrale dello Stato.

Quello Stato che presto diverrà dominio, appunto, della borghesia.

Il primo poliziotto ufficiale, ironia della storia, è un ex-galeotto: Eugene Francois Vidocq. Nativo di Arras, come Robespierre, dopo una considerevole carriera di ladro e falsario, con svariate condanne ed evasioni, si offre come informatore ai servizi di sicurezza napoleonici e in breve tempo diventa capo della (nuova) polizia. Ritiratosi in pensione dopo aver servito, con notevole competenza, molteplici padroni, Vidocq pubblica nel 1828 memorie alle quali attingeranno a piene mani Balzac, Dumas e Victor Hugo. Secondo qualche suo biografo, Poe stesso si ispirò a lui per creare Dupin. Il dubbio è quanto mai legittimo. Vidocq era un uomo d’azione, un avventuriero, un figlio della strada. Dupin è un gentiluomo di buona famiglia che indaga per diletto, e alle maniere rudi preferisce il ragionamento.

Nelle prime pagine dei Delitti della Rue Morgue lascia di sasso il proprio interlocutore elencando minuziosamente la catena dei pensieri che costui ha formulato mentre i due passeggiavano oziosamente per le vie di Parigi. E inaugura così una tecnica di presentazione del personaggio che avremmo rivisto milioni di volte nei successivi (quasi) duecento anni. Perché ogni volta che un eroe, nei primi minuti di un film, o di una serie, ci fa restare a bocca aperta fornendoci un saggio tangibile e indiscutibile delle sue abilità, lui è Dupin e noi il suo stupido partner. È Poe, dunque, annota Borges, a stabilire «le leggi fondamentali del genere: il delitto enigmatico e a prima vista insolubile, l’investigatore solitario che lo svela mediante l’immaginazione e la logica, il caso riferito a un amico impersonale e alquanto slavato dell’investigatore».

Non sappiamo se Poe conoscesse il vero poliziotto, ma sappiamo che seguiva la cronaca nera. Se l’assassino della via Morgue è un mostruoso orango (decisamente più grosso e minaccioso di quanto non sia in realtà il vero scimmione), la seconda avventura di Dupin, Il mistero di Marie Roget, riprende e “risolve” il caso di Mary Cecilia Rogers, una fanciulla assassinata qualche tempo prima a New York.

Aveva dunque ragione Gramsci nel segnalare la stretta contiguità fra il romanzo poliziesco e i resoconti dei processi più seguiti, quelle “cause celebri” che, allora come ora, attraggono la nostra attenzione, con un misto di angoscia e morbosità.

Nasce la polizia, si afferma la borghesia, nasce il giallo.

Nessun caso, nessuna coincidenza.

Ha scritto il grande storico Eric J. Hobsbawn: «Sin dal 1848 c’erano già quasi tutti i principali ingredienti del moderno mito letterario del crimine, sebbene non fossero ancora stati combinati insieme nel detective novel del ceto medio inglese o nella crime story americana, che oggi è diventata per la società urbana occidentale l’espressione definitiva di questo mito».

Vai al secondo articolo di De Cataldo su Agatha Christie

Annunci