Alfredo Panzini “Il padrone sono me!” recensione di Federica Zani

Il padrone sono me! (fondamentale il punto esclamativo): questo il titolo di un romanzo di Alfredo Panzini che fu un grande successo nell’Italia fra le due guerre; pubblicato la prima volta nel 1922, ebbe varie ristampe e la sua fortuna si prolungò fino al 1955, quando ne venne tratto un film per la regia di Franco Brusati. Rileggendolo oggi, lo si può forse trovare un po’ invecchiato; ma la patina del tempo è parte integrale del suo fascino, perché questo romanzo racconta la storia di un mondo ormai perduto.

Siamo nella Romagna dell’inizio del secolo scorso. La riviera non era ancora divenuta una delle mete favorite del turismo di massa, perché all’epoca la villeggiatura al mare era un lusso che solo le famiglie più benestanti si potevano permettere. Famiglie come quella dei “padroni” al cui servizio lavorano i genitori di Zvanì, il contadino che, nella sua lingua impastata di dialetto, racconta in prima persona le vicende. La sua voce ci descrive, con felice umorismo, le interazioni e le incomprensioni fra i padroni e i contadini, fra due modi di vivere radicalmente diversi ma indissolubilmente legati. I padroni sono una compagnia di buffi personaggi, che si muove sul palcoscenico di una villa a metà strada fra le campagne e la spiaggia: ci sono il padrone-professore che passa il suo tempo a studiare la luna, la vanitosa padrona che è deliziata dagli aspetti estetici della vita agricola ma preferirebbe non dover vedere il letame, e il padroncino che insegue i suoi sogni infantili di grandi avventure, mettendosi spesso nei guai. I contadini, guidati dalla loro furbesca e materialistica arte di stare al mondo, stanno a guardare queste bizzarie con perplessa indulgenza, e intanto pensano ai propri affari: veniamo a sapere fin da subito che, quando si fanno i conti, è sempre il padrone ad essere in debito con il padre di Zvanì.

Per fare di un personaggio comico una figura tragica a volte basta cambiare lo sfondo: l’atmosfera serena e bucolica dell’inizio del romanzo viene stravolta dallo scoppio della Grande Guerra, e il ritorno della pace non rimette a posto le cose. Nel clima agitato del cosiddetto Biennio Rosso, mentre i contadini organizzano spedizioni contro la proprietà e sembrano pronti alla rivoluzione socialista, i padroni, prima solo buffi, diventano grotteschi, come marionette che non conoscono i movimenti giusti per far parte di questo nuovo spettacolo. Il mondo che conoscevano è in disfacimento: abbandonano il campo mentre i contadini fanno fortuna e acquistano terreni e case.

Non si può dire che l’autore sia dalla parte dei contadini: Panzini non aveva simpatie per l’ideologia comunista, che anzi mette bonariamente in ridicolo, con toni che forse avranno ispirato Guareschi. Non è neppure da quella dei padroni, però. La sua arte di buon narratore lo porta ad essere spietato con tutti i suoi personaggi, a non celare i loro errori e i loro difetti. È questa una delle doti migliori del libro, che rappresenta con sincerità, per quanto in maniera un po’ caricaturale, le tensioni sociali e politiche degli anni Venti. Panzini ha l’abilità di trasmettere al lettore l’affetto che egli prova per i suoi personaggi, che si dice siano ispirati a persone da lui realmente conosciute. In questo modo riesce a smussare, con ironia e gentilezza, l’acerbità dello scontro di classe, che si riduce quasi ad una lite fra parenti che però continuano a volersi bene. Così il padroncino Robertino risponde ai commilitoni che si stupiscono della sua amicizia con Zvanì: «Noi, in Romagna, non è come dalle vostre parti: fra contadini e padroni, noi siamo come tanti fratelli».

Chi era Alfredo Panzini

Scrittore di famiglia romagnola-marchigiana, nato a Senigallia nel 1863 e vissuto fra Milano e Roma, ma innamorato della Romagna, dove trascorreva le sue vacanze nella celebre e ancora conservata “Casa Rossa” di Bellaria. Nella narrativa fu autore prolifico e fortunato, ma la vera opera della sua vita fu il Dizionario Moderno, un catalogo di tutte le parole nuove portate nella lingua italiana dal progresso scientifico e dai radicali mutamenti politici e sociali dell’inizio del Novecento. Vi lavorò per trent’anni, a partire dal 1905, aggiornandolo costantemente e arricchendolo con commenti ed aneddoti. Firmatario del manifesto degli intellettuali fascisti, fu membro dell’Accademia d’Italia e figura di primo piano nelle iniziative del regime per difendere la purezza della lingua italiana contro quello che era percepito come un assalto da parte dei termini stranieri. Morì nel 1939 a Roma.

Federica Zani

 

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