Alessia Gazzola “Il ladro gentiluomo” da tuttolibri La Stampa articolo di Elena Masuelli

“Voglio raccontare le donne di oggi ma faccio colazione da Tiffany”

“Cara allieva ti lascio”

di Elena Masuelli

Accanto a una grande e ordinatissima libreria, piena di classici, Alessia Gazzola ha appeso una foto di lei sorridente (come è sempre) insieme a Sophie Kinsella. E cosi, in una parete della sala di casa, se ne stanno incorniciate le sue due anime: le letture importanti di cui sente il bisogno per essere una buona scrittrice e quel pizzico di leggerezza che la aiuta a raccontare meglio la contemporaneità. Da lì, giovedì sera, guarderà in tv il ritorno dell’Allieva, seconda stagione della serie tratta dai suoi romanzi, mentre è appena uscita per Longanesi l’ottava avventura dell’ormai medico legale Alice Allevi, Il ladro gentiluomo. L’ex specializzanda con il fiuto per gli omicidi, trasferita lontano da casa, deve vedersela con il mistero di un diamante rosa di enorme valore trovato nel corso di un’autopsia nel corpo del cadavere di turno, che scompare e riappare più volte. Ma soprattutto è diventata grande, gli innamoramenti hanno lasciato spazio a sentimenti che si fanno più profondi, al vagheggiamento di un figlio. La relazione con il fascinoso dottor Claudio Conforti, per una volta più accudente che sfuggente, pare una storia vera. Affronta improvvisi lutti e la conseguenza delle sue azioni, la necessità, a un certo punto, di cavarsela da sola.

Un’evoluzione necessaria?

«La dovevo alle lettrici, che sono maturate con lei. Quando è cominciata eravamo tutte e due molto giovani, io come autrice e lei come personaggio, avevo un’altra freschezza e una visione del mondo più incompleta. Il lavoro di crescita in parte è stato programmato, ma per il resto molto naturale. Ho cercato di tracciare un percorso credibile, che fosse fonte di immedesimazione. Non volevo correre il rischio di lasciarla lì, cristallizzata in un ruolo da macchietta. Pasticciona, un po’ frignona, non il massimo in termini di applicazione nello studio, nei primi libri era anche un po’ cialtrona. Doveva crescere. Se non impari dagli errori non susciti tenerezza, ma irritazione, rischi di diventare antipatica».

Vince anche la sua sindrome «da cuore sospeso»?

«Quella non le passerà mai. Ce l’ha di base e ne è consapevole. Gliel’ho fatto dire: “Certe cose non sono cambiate, perché io non l’ho mai voluto”. E cosi passa serate intere sul divano a guardare Netflix, dopo l’ennesima randellata».O a mangiare brioche ferma davanti a una vetrina, come Audrey. Nel Ladro gentiluomo c’è tanto di Colazione da Tiffany. «Io sono un po’ vintage, voglio raccontare la contemporaneità, ma poi lì vado a sbattere. Ho molto amato il testo di Capote e ancora di più il film, sono stati modernissimi. Quando ho scelto di usare il mondo dei gioielli come sfondo per ll ladro gentiluomo passare da Tiffany era una tappa obbligata».

E quel tratto un filino malinconico?

«È lo stesso che mi spinge a chiudermi in una stanza ad ascoltare canzoni tristi per liberate le emozioni, per piangere un po’ anche senza un perché: Victor Hugo diceva che “la malinconia è la felicità di essere tristi”».

Tutti libri letti e brani ascoltati quelli delle citazioni prima di ogni capitolo?

«C’è buona parte del mio universo emotivo nelle scelte che compio. Quando leggo sottolineo le frasi che mi colpiscono o in cui mi riconosco: sono piena di taccuini e appunti, so dove andare a ripescarle. E così in ogni libro faccio entrare un po’ di tutto quello che mi piace: che sia Julio Iglesias o Rimbaud». Il bello del mescolare? « È sempre la stessa Alessia. Amo alla follia Suite francese della Némirovsky, ma in questi anni non ho perso un’uscita della Kinsella, perché lei ha il dono di guardarsi intorno e capire di cosa si può parlare, ciò su cui ci si può anche prendere un po’ in giro. Sento il bisogno di volumi che mi sostengano come autrice, per questo ho letto mostri sacri. Prima la Austen e le sorelle Bronte, poi Tolstoj, e via così. Ho scoperto pagine che, insegnandomi, mi nutrivano, mi facevano stare bene. Mi restituivano qualcosa di me, sentimenti o punti di vista, che nemmeno io avevo messo bene a fuoco. Credo che uno dei regali più grandi che può fare un libro sia farti rintracciare fra le pagine qualcosa di te, descritto in maniera inappuntabile ».

Di chi sono i «ritratti» più riusciti?

«Elizabeth von Armin, sono una sua grandissima estimatrice, così come di recenti riscoperte, Rebecca West ed Elizabeth Jane Howard. Di Wilkie Collins non perdo un’uscita, come se fosse un autore di oggi. Da quando ho cominciato a leggere questi scrittori penso di essere migliorata».

Altre passioni che Alice ha ereditato dalla sua autrice?

«Non le ho dato la mia vita, il suo percorso è diverso, anche il carattere, ma le ho trasmesso molto, come una certa tendenza alla sedentarietà, che mi appartiene purtroppo sempre di più. Lei cerca di combatterla cambiando completamente scenario, come ho fatto anch’io, lasciando la Sicilia e andando a vivere a Verona». In un momento di sconforto aveva chiesto il trasferimento e adesso l’odiata capa Wally l’ha spedita in una gelida Domodossola. «Doveva subire una punizione esemplare e mi serviva un posto lontano da Roma, uno di quelli in cui, se non ci sei nato e cresciuto, impiantarsi può apparire scoraggiante. E una forzatura, la città non ha un istituto di medicina legale, ma volevo un luogo un po’ ai confini, innevato e ostico, anche dal punto di vista delle comunicazioni. Mi pareva il tipo di territorio adatto per esserne spaventati, ma poi capire che è gradevole starci,soprattutto se stai bene con te stessa».L’ultima pagina del libro potrebbe essere un finale per l’intera storia. «E infatti ho deciso di prendermi dall’Allieva una pausa, credo durerà un bel po’. Ho un idea su una nuova protagonista, con una attività affine a quella di Alice, ma diversa per vissuto. Ma anche spunti per storie singole. Ho voglia di raccontare storie delle ragazze di oggi, fra i trenta e i quaranta, con le loro difficoltà nel mondo del lavoro, nelle relazioni. Da ritrarre con lievità, il tono da commedia. E attraverso la leggerezza andare in profondità».

Ha cambiato qualcosa vedere L’allieva in tv, esserne stata spettatrice?

«Già Arabesque, il libro precedente, ma soprattutto questo, sono figli della serie che mi ha spinta a mettere meglio a fuoco i personaggi secondari. Non ero stata brava a tracciarne una identità ben definita, mentre ogni attore ha messo molto in ciascun ruolo. Io forse ero troppo centrata su Alice, che invece è rimasta pura rispetto al meccanismo tv, anche se adesso mi aiuta immaginare il volto di Alessandra Mastronardi, che trovo perfetta. Un po’ è cambiato Conforti, nobilitato dal telefilm. Nei miei precedenti romanzi era molto più carogna, uno senza speranza. La serie ha fatto una pulizia del suo personaggio e mi ha influenzata».

Anche nella nuova serie un cameo nella prima puntata, emozionata?

«Anche se si è discostata dai libri e va per la sua strade, e: questo è il divertente del raccontare una storia con mezzi differenti, la serie è un banco di prova per me. Certo ha un ruolo importante chi scrive soggetto e sceneggiatura, la regia, gli attori, ma parte tutto da me, da un mondo che mi appartiene. E io sono innamorata dell’Allieva, anche come narrazione tv»

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