Abir Mukherjee “L’uomo di Calcutta” intervista di Valentina Della Seta su La Repubblica

“Il mio detective vive tra i fantasmi del colonialismo”

VALENTINA DELLA SETA

Abir Mukherjee, inglese di origini indiane, presenta il 21 settembre a pordenonelegge “L’uomo di Calcutta”. E parla della sua idea di letteratura.

L’esordio di Abir Mukherjee, per la prima volta in Italia – ospite a pordenonelegge il 21 settembre – con il romanzo L’uomo di Calcutta, fa sognare gli aspiranti scrittori che non hanno ancora avuto il coraggio di provarci. Fino a qualche anno fa Mukherjee era un anonimo commercialista inglese di origini indiane di quasi quarant’anni.

Sposato, due figli e una vita senza sorprese. Nel 2013 vede su un quotidiano la notizia di un concorso per autori esordienti di genere crime.

Lui ha una storia che gli gira in testa da un po’, così invia un paio di capitoli, una sinossi, e non ci pensa più. Qualche mese dopo riceve una lettera: è stato scelto tra più di quattrocento concorrenti.

Vince un anticipo di 5000 sterline per terminare il romanzo, che esce con Penguin Random House nella stessa collana che ospita nomi “grandi”, come Jo Nesbø e Henning Mankell.

L’uomo di Calcutta (pubblicato adesso in Italia da SEM) è un successo, con diritti venduti in nove Paesi del mondo, tra i quali Stati Uniti e Giappone.

Diventa il primo di una serie di quattro libri (finora in inglese ne sono usciti tre), tutti ambientati nell’India coloniale degli anni Venti. Protagonista è il detective inglese Sam Wyndham che arriva a Calcutta nel 1919, indurito dalla morte della moglie e con i sudori freddi per l’astinenza da morfina: «Come tutti i personaggi per me interessanti ha dei lati oscuri» dice Abir Mukherjee al telefono dalla Scozia, dove ha vissuto per molti anni prima di trasferirsi a Londra. «Ma Wyndham non è cattivo. La mia idea era di mettere una persona per bene alle prese con un sistema in cui non crede per niente.

Si capisce fin dalle prime pagine che Wyndham non vede certo di buon occhio la prepotenza degli inglesi in India.

«Ci tenevo a farlo notare. Il colonialismo è una parte della storia inglese che tendiamo a dimenticare, a nascondere sotto il tappeto. Mi spaventa vedere come nel mondo ci sia ancora posto per il razzismo e l’idea che un popolo possa essere superiore a un altro. È come se non avessimo imparato nulla dal passato».

Lei ha vissuto sempre tra Londra e la Scozia, come mai ha scelto di ambientare i suoi romanzi a Calcutta (oggi Kolkata)?

«La conosco bene perché i miei genitori sono nati e cresciuti lì. Mio padre è arrivato in Inghilterra nel 1964 per insegnare all’università, e mia madre lo ha raggiunto nel 1968. Il fatto che Calcutta sia stata fondata dagli inglesi la rende, per me, un posto esotico e familiare insieme. È anche una città ricchissima di fermenti liberali e culturali. Non a caso il primo Nobel per la letteratura non occidentale, lo scrittore Rabindranath Tagore premiato nel 1913, viene da lì».

Al di là del risvolto storico e politico, il suo romanzo è un crime d’impianto classico alla Sherlock Holmes. C’è un detective, c’è il suo aiutante Surendranath “Surrender-not” Banerjee, una morte misteriosa e degli indizi…

«La Scozia, dove sono cresciuto, ha una grande tradizione letteraria crime. Credo sia una forma di intrattenimento ideale per raccontare i problemi di una società. Anche se ho notato che spesso si finisce a parlare dei problemi degli altri, come nel caso di Gorky Park dell’americano Martin Cruz Smith, ambientato in Russia, o nella serie sulla Germania nazista dei romanzi di Philip Kerr. A me piaceva l’idea di affrontare i fantasmi dell’imperialismo mescolandoli a un intreccio avvincente».

Le cose stanno cambiando, ma fino a qualche tempo fa gli scrittori di intrattenimento o di genere erano considerati roba minore. È successo anche a Philip Dick e a Stephen King.Lei come la pensa?

«Da molto prima di iniziare a scrivere non ho mai creduto alle differenze tra generi letterari. A livelli alti certe categorie scompaiono. Penso a Denise Mina, scozzese che racconta storie vere di serial killer. Leggendo i suoi libri mi è capitato tante volte di fermarmi per ammirare la bellezza della prosa. Mi viene in mente anche Belinda Bauer, autrice inglese di thriller che quest’anno è stata tra i candidati al Man Booker Prize. Non credo esista una letteratura superiore a un’altra, e ritengo che ci sia posto per tutti. In ogni caso in Gran Bretagna i romanzi crime sono i più venduti».

Dopo il successo dei suoi romanzi ha lasciato il lavoro di commercialista?

«Ancora no, non me la sono sentita. Ho chiesto di lavorare part time, anche se spero prima o poi di potermi dedicare a tempo pieno alla scrittura. In ogni caso mi devo ancora abituare: è un sogno diventato realtà. E mi fa uno strano effetto sapere che qualcuno sta leggendo un mio libro».

Annunci