Da Il Tirreno: Limonov a Pistoia presenta la sua autobiografia

Lo scrittore e fondatore del Partito Nazional Bolscevico a Pistoia per presentare la sua autobiografia

Limonov sarà al Salone del Libro di Torino il 12 maggio (Sala Gialla, ore 12)

 

La vita avventurosa del dissidente pieno di contraddizioni

di Flavia Piccinni

PISTOIA

Ci sono vite che entrano nella storia attraverso il puntuale esercizio di volontà dei loro protagonisti. Paiono, questi protagonisti, personaggi da romanzo che rischiano tutto, continuamente, per arrivare a coincidere perfettamente con il sé. O con quell’idea – bizzarra, tremolante, indefinita – che avevano di loro stessi all’inizio di tutto: quando erano qualcuno soltanto per loro stessi. Ma Edouard Limonov non è diventato Edouard Limonov con il successo internazionale della sua biografia firmata da Emmanuel Carrère (Adelphi, 2012). Limonov era Limonov molto prima. La sua vita è una lunga sequenza di avventure (o disavventure?) che adesso racconta nell’autobiografia “Zona Industriale” (Sandro Teti Editore, pp. 248), che lo sta portando in giro per l’Europa e ora in Italia. Come è successo mercoledì sera a Pistoia.Quando Limonov parla, la sua voce è un suono baritonale e profondo, che pare arrivare da un altrove eterno e sciorina velocemente (in russo) frasi che sono incomprensibili ai più, ma ipnotiche. «Ho scritto questo libro, ma i libri – spiega – non si scrivono per raggiungere un obiettivo specifico. I libri scaturiscono da una propria pulsione. Alla fiction ho preferito un romanzo moderno basato sui fatti veri, sulla mia vita. Ma le mie esperienze personali non possono essere paragonate a quelle degli altri. Ognuno ha la propria storia».E la storia di Limonov, 75 anni compiuti a febbraio, è certamente incredibile. Nella sua vita è stato politico, dissidente, scrittore. Ha fondato il Partito Nazional Bolscevico, ha scritto più di cinquanta libri (il più noto è il polemico “Il poeta russo preferisce i grandi negri” del 1976), è scappato negli Usa e poi a Parigi negli anni Ottanta, scegliendo dunque di ritornare a Mosca, dove vive adesso. In Italia manca da 23 anni. Della nostra politica sa poco, i ricordi sono legati al passato: «Ho vissuto in Italia fra la fine del 1974 e il 1975. In quegli anni mi ricordo che c’era Roma attraversata dalle manifestazioni, c’erano le bandiere rosse, i candelotti, gli scontri. Quella era un’Italia molto viva, effervescente, un’Italia molto più povera. Rispetto alla Russia patinata di oggi, però, io preferivo gli anni Novanta: erano anni particolari. Spero che, nonostante il benessere, possa succedere qualcosa nel mio Paese. E in qualche modo anche nel vostro».Del mondo Limonov ha una visione tutta sua: «La Cina è cresciuta molto, troppo, e si dice che loro aumentino di proposito il loro numero di abitanti, e siano in realtà solo 600milioni. Io credo che la Cina sia un pericolo, come il radicalismo islamico, come il califfato. Apparentemente sembra un alleato della Russia, ma vedremo cosa accadrà domani».Viene naturale chiedersi quale sia il suo punto di vista nei confronti degli Stati Uniti: «Possiamo vivere bene, meglio, senza le tamarrate americane, l’humor americano, gli hamburger americani». Per la sua Russia però non ha parole gentili. Anzi: «Si pensa che Putin sia una persona molto dura, ma io lo considero indeciso e debole. Dovrebbe osare molto di più. In “The Putin Interviews” di Oliver Stone, Putin si lamenta che gli Stati Uniti sono contro di lui, che non lo amano, ma lo fa in modo ossessivo e ripetitivo. Ma lui è a capo di un Paese che possiede migliaia di bombe atomiche. Immaginate la Corea del Nord, che di bombe atomiche ne avrà venti, pensate a come si è comportato con gli Stati Uniti il suo presidente. C’è molta differenza!».Della sua esperienza politica, Limonov parla con serenità: «Era il 1993, mi candidai alle elezioni e trovai un elettorato passivo costituito da anziani. Dopo quest’esperienza infelice, in cui i giovani avevano disertato, ho pensato di raggiungere l’obiettivo attraverso il coinvolgimento dei movimenti giovanili. Volevamo dare un’immagine forte, non fare un partito della camomilla. Poi ho provato a far due insurrezioni, nella seconda mi hanno arrestato. La pubblica accusa aveva chiesto 14 anni per me, ma alla fine sono stato condannato solo a quattro anni». Ogni frase pronunciata vive di una duplice contraddizione: quello che significa, e quello che sottende. Allora, forse, per capire Limonov serve davvero la biografia di Carrère che lui non ha molto amato. Eppure è a volte lo sguardo altrui a rendere giustizia alla vita. Dunque, scrive Carrère, Limonov: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio». E voi? 

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