Raymond Chandler “Il grande sonno” presentazione di Pietro Citati alla nuova edizione Adelphi da La Repubblica Cultura 27 gennaio

di Pietro Citati
Raymond Chandler nacque nel 1888 e morì nel 1959: pressappoco negli anni in cui scriveva Carlo Emilio Gadda, che lo avrebbe detestato con tutte le sue forze – delitti, pistole, assassini. La casa editrice Adelphi ha pubblicato il più famoso dei libri di Chandler: Il grande sonno, uscito per la prima volta nel 1939, e seguito da un corteo di libri, che ebbero molto successo, con una serie non meno immensa di imitazioni e di parodie e di giochi. Viene alla mente Ian Fleming, di venti anni più giovane (1908-1964) e James Bond, sebbene io lo preferisca di gran lunga a Raymond Chandler e a Marlowe.
Questi libri hanno qualcosa in comune: tutto è, da un lato, totalmente caotico e, dall’altro, preordinato, provato e riprovato in ogni minimo dettaglio, calcolato al millesimo di secondo. Ma c’è una grande differenza. Da un lato, James Bond è impertinente, insopportabile, elegantissimo, cacciatore di donne, mentre l’eroe del Grande sonno , Philip Marlowe, indossa un completo azzurro, una camicia blu scura come la cravatta e il fazzoletto del taschino, e calzini neri con motivi blu scuri. Marlowe è «pulito, rasato, sobrio ». Parla poco. Fuma moltissimo, una sigaretta dopo l’altra, un pacchetto dopo l’altro, e con la stessa pedanteria accende fiammiferi, che ama, come se fossero una grande invenzione della mente umana. Detesta i ricchi, che James Bond ama. È un detective privato: la sua è una vera professione, che James Bond disprezza con tutte le sue forze. Porta con sé cambiali e taccuini: dà soldi alle ragazze, rifiutati da James Bond. Espone la sua luce ad una lampada, come Hollywood ci ha insegnato. Guadagna poco: venticinque dollari al giorno – somma che James Bond, che una volta rischiò di conquistare le casseforti degli Stati Uniti – disprezzerebbe nel modo più altezzoso. Philip Marlowe possiede una precisione ossessionante, un’attenzione quasi metafisica. Tutto è preciso attorno a lui: il tempo, che obbedisce alla volontà inesorabile del cielo, gli oggetti, che ci sembra di toccare e di palpare uno per uno; e il bavero dell’impermeabile e la tesa del cappello abbassato.
Lì, in quell’angolo degli Stati Uniti, a Los Angeles, piove: piove, piove, piove incessantemente; le vetrine dei negozi velate dalla pioggia sembrano assorbite dall’asfalto nero, mentre i campanelli dei tram tintinnano nervosamente. Le donne annegano nell’acqua: le strade a tre corsie, perfettamente lavate dalla pioggia, passano accanto a morbide dune di sabbia, su cui cresce un muschio rosa. I gabbiani volteggiano, piombando su qualcosa di nascosto tra le onde, mentre in lontananza uno yacht pare sospeso nel cielo, come accade nel Conte di Montecristo .
Il mondo è una desolazione umida: come se acqua, acqua, sempre acqua si fosse guastata per sempre nel meccanismo del mondo. Tutto si bagna: le persone, le automobili, le pistole, persino gli interni delle case, dove l’acqua si infila dappertutto, scendendo da chissà quale orifizio.
Forse si tratta di una particolare qualità di acqua: così calda, così umida, illuminata da una luce irreale: anche i giardini sono vasti laghi; e quanto alle automobili, ecco questa Packard decappottabile, con il finestrino abbassato, intestata a Carmen Sternwood, 3765 Alta Brea Crescent, West Hollywood. L’acqua della capitale cala sulle ginocchia mentre il whisky brucia lo stomaco: i vetri sono naturalmente lavati; ci sono stampe cinesi e giapponesi, tappeti cinesi di colore rosa, così alti e folti che una scimmia avrebbe potuto abitarvi per settimane senza mai mostrare il muso: pavimenti umidi, scampoli di seta stranamente spostati in giro. Un divano basso e molto ampio e coperto da un tessuto rosa antico, su cui qualcuno ha posato un fagotto di biancheria sporca.
Le cose cambiano rapidamente. Ecco un tappeto turco rosso: una sedia a rotelle: un vecchio generale seduto, «il pietoso relitto di una vita smodata», con le gambe paralizzate e una ferita nel basso ventre, il quale non riesce mai a chiudere gli occhi e a dormire. C’è un autista moro e magro, con gambali neri e lucenti, che spolvera meticolosamente una Packard decapottabile. Qualcuno forse estrae una sigaretta da un astuccio di rame smaltato.
Un certo Joe Brody riceve cinquanta dollari in prestito da un famoso generale: un altro personaggio scrive un indirizzo: Mrs. Vivian Reagan, 3765 Alta Brea Crescent, West Hollywood, oppure 7244 Laverne Terrace. Oppure ecco un gestore di racket: oppure le figlie del generale: una viziata, esigente, brillante; l’altra con le ginocchia appuntite e i polpacci stupendi, e le caviglie magre e affusolate.
Qualcuno gioca alla roulette, come in un libro di Fleming. C’è un mucchio disordinato di soldi e di fiches; e il croupier parla in tono gelido, insolito, rivolgendo un sorriso pacato e già collaudato. «Il tavolo non è in grado di coprire la sua puntata. Ha nel tavolo più di sedicimila dollari».
Ma Vivian Reagan si volta come esprimendo tutto il suo disprezzo. E il croupier arrossendo si ritira tra i tavoli. Appare Eddie Mars con un sorriso di indifferenza forzata e le mani infilate nella tasca della giacca da sera. Quella calma indolente, meno cortese di quella del croupier piace a Eddie Mars. È Vivian: «Un’ultima puntata … Tutto quello che ho, sul rosso. Mi piace il rosso. È il colore del sangue».

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